
"Se chiedete a un bambino fiorentino di disegnare il cielo, prenderà una matita azzurro chiaro. A Pomino, invece, il cielo è blu intenso”. Così racconta Nicolò D’Afflitto, enologo di Marchesi Frescobaldi, evocando in una sola immagine tutto il carattere di questo angolo di Toscana sospeso tra le nuvole. E non è solo una suggestione poetica: uno studio condotto dall’Università di Pisa ha confermato che, rispetto alla pianura, Pomino gode di una maggiore incidenza di raggi ultravioletti. Un dettaglio che fa la differenza – proprio come accade in alta montagna – e che incide in modo diretto sulla maturazione dell’uva, arricchendola di composti aromatici e rendendo ogni vendemmia un piccolo capolavoro.
Situata a oltre 600 metri sul livello del mare, la zona di Pomino rappresenta un microcosmo enologico, dove l’altitudine, la luce intensa, l’escursione termica e i suoli sabbiosi e sub-acidi compongono un ambiente vocato alla produzione di vini longevi e vibranti. Qui, varietà come lo chardonnay e il pinot nero trovano una nuova voce: fresca, tesa, mai opulenta, ma piena di quella sottile energia che solo certe altitudini riescono a infondere.
Non a caso, il nome stesso di Pomino richiama la sua vocazione agricola originaria: terra di mele prima ancora che di viti. Ma proprio la sua particolare conformazione – con suoli drenanti di origine marina e un clima da “alta quota” – spinse i suoi pionieri a sperimentare la viticoltura quando altrove nessuno ci avrebbe scommesso.

È proprio una donna, Leonia degli Albizi, la protagonista silenziosa di questa rivoluzione. Nel 1855 fu lei a impiantare le prime barbatelle di chardonnay e pinot nero, intuendo per prima il potenziale di questa terra così diversa. Visionaria anche nell’architettura, portò in Toscana le tegole marsigliesi e, nel 1893, fece costruire la prima cantina italiana su più livelli, sfruttando la gravità per la vinificazione. Già nel 1878, il cosiddetto “Chablis di Pomino” – uno chardonnay in purezza – ottenne un riconoscimento internazionale all’Esposizione Universale di Parigi. Un premio che sanciva non solo la qualità del vino, ma anche la modernità del pensiero che lo aveva generato.
Oggi quello spirito pionieristico continua a vivere in Francesca, braccio destro di Nicolò e anima femminile della tenuta, che con dedizione porta avanti la tradizione di Leonia. In un luogo dove persino il paesaggio racconta qualcosa di diverso – con sequoie e felci che spuntano rigogliose nel sottobosco – anche il linguaggio del vino cambia. “Non parlo più di eleganza – confida D’Afflitto – perché è un concetto soggettivo. Preferisco parlare di armonia. L’armonia nasce nei filari, dall’equilibrio perfetto tra chioma, frutto e radici. E si ritrova nel calice”.
Pomino oggi si conferma come una repubblica del vino indipendente e forse è davvero tempo di riconoscerle non solo un’identità, ma anche – perché no – una bandiera tutta sua. Perché in fondo sventola già nel cielo più blu del vino.
A testimoniare la longevità e la straordinaria coerenza stilistica del terroir, l’assaggio in verticale del Benefizio Pomino Bianco Riserva Doc racconta come - dall’esordio nel 1973 a oggi - questa etichetta ha attraversato il tempo mantenendo un’identità precisa, scolpita dalla luce e dall’altitudine.

Purtroppo la bottiglia più antica, quella del 1990, risulta compromessa da un marcato sentore di tappo. Un’occasione mancata sul piano degustativo, ma preziosa dal punto di vista simbolico: testimonia la visione lungimirante di un bianco riserva già quando il concetto stesso era raro.
Nel bicchiere si mostra con un giallo dorato profondo. Il naso rivela note di albicocca disidratata, spezie dolci e accenni di legno ben integrati. Il sorso è ampio, avvolgente, con una materia importante. La leggera ossidazione è ben domata, e dona profondità e struttura, senza mai scadere nell’eccesso.
Forse il più intrigante del lotto: il giallo dorato luminoso introduce un ventaglio complesso di cedro, tartufo, spezie fini e un’intensa mineralità. Il sorso è vibrante, dinamico, sospeso tra tensione e avvolgenza, con una chiusura lunga e ricca, tra note di crema pasticcera e agrumi canditi. Un’annata difficile, segnata da piogge copiose, che ha richiesto vendemmie tardive: eppure, il vino sorprende per equilibrio e profondità.
Giovanissimo ma promettente, il Benefizio 2023 si presenta con un giallo paglierino dai riflessi dorati, luminoso e invitante. Il naso è raffinato e pulito, con un bouquet complesso che si apre su note di frutta bianca matura – pesca, pera, mela – accompagnate da fiori bianchi, agrumi e una speziatura dolce ben dosata. Al palato, il sorso è teso, scattante, di bella struttura mentre il finale è lungo, sapido e incalzante, con una dinamica gustativa che invita al secondo assaggio. Un vino che guarda avanti, fedele alla sua impronta ma pronto a scrivere nuove pagine.
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