
Il day after la doccia fredda dei dazi USA, alla vigilia del Vinitaly, l’Europa e l’Italia si leccano le ferite (potenziali). E le proiezioni UIV non sono leggere.
Dopo lo show imbastito dal presidente americano Donald Trump per annunciare tariffe lineari per tutte le importazioni e un “trattamento speciale” anche per i cattivoni europei (che sarebbero pure alleati, ma probabilmente ormai sono considerate platealmente colonie), i commenti a caldo del mondo del vino italiano a due giorni dall’apertura del 57mo Vinitaly provano ad essere propositivi, nonostante le evidenti preoccupazioni.
“Con i sanguinosi dazi americani al 20% il mercato dovrà tagliare i propri ricavi di 323 milioni di euro all’anno – dichiara il presidente di Unione Italiana Vini Lamberto Frescobaldi - pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni. Perciò UIV è convinta della necessità di fare un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati; serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori. Sarà difficile per molti, ma ciò che oggi spaventa ancora di più è che si ingeneri un gioco al rialzo davvero esiziale tra l’amministrazione americana e quella europea: l’accoglimento in sede UE della proposta del ministro degli Esteri Tajani di escludere gli alcolici, e quindi il vino, da eventuali dispute sarà fondamentale”.

In armonia con la proposta di Frescobaldi, l’annuncio dal Vinitaly per cui i dazi non fermerebbero gli operatori USA in partenza per Verona. Sono infatti oltre tremila i buyer americani confermati alla 57ma edizione di Vinitaly (Veronafiere, 6-9 aprile), un numero in linea con l’anno scorso.
“La presenza degli operatori statunitensi è una notizia incoraggiante per le aziende e per Vinitaly - commenta Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere - Si apre uno scenario incerto che impatterà sulla geografia del nostro export. Condividiamo le preoccupazioni del settore e per questo mettiamo a disposizione delle organizzazioni la piattaforma di Vinitaly per facilitare eventuali accordi diretti tra imprese, associazioni italiane e importatori-distributori del nostro primo mercato di destinazione extra Ue”.
I buyer, selezionati e invitati da Veronafiere e ICE, provengono prevalentemente da Texas, Midwest, California, Florida e New York.

Secondo l’analisi dell’Osservatorio UIV, l’unica soluzione è infatti da ricercare lungo la filiera, dalla produzione fino a importatori e distributori, distribuendo il carico di un taglio dei ricavi per un valore pari a 323 milioni di euro (su un totale di 1,94 miliardi) e mantenere così gli attuali assetti di pricing.
Secondo UIV, ben il 76% delle 480 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si trova in “zona rossa” con una esposizione sul totale delle spedizioni superiore al 20%. Aree enologiche con picchi assoluti per il Moscato d’Asti (60%), il Pinot grigio (48%), il Chianti Classico (46%), i rossi toscani Dop al 35%, i piemontesi al 31%, così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco e il Lambrusco. In totale sono 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1,3 miliardi di euro, ovvero il 70% dell’export italiano verso gli Stati Uniti.

“Rispetto ai partner europei – chiarisce il segretario generale UIV Paolo Castelletti - l’Italia presenta due principali fattori di rischio: da una parte la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna. Dall’altra, una lista di prodotti più sensibili su questo mercato, sia in termini di esposizione, che di prezzo medio a scaffale: solo il 2% delle bottiglie tricolori vendute in America vanta un price point da vino di lusso, mentre l’80% si concentra nelle fasce “popular”, che tradotto in prezzo/partenza significa in media poco più di 4 euro al litro”.
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