
I dazi per vino e alcolici sul mercato USA sono uno spauracchio concreto e le aziende vitivinicole molto esposte oltreoceano non nascondono il rischio di un impatto significativo sul business, mentre realtà più piccole sono attendiste. Dalle voci delle realtà produttrici - raccolte in questo affresco da Vinonews24 alla vigilia dell'annunciata scure delle tariffe - emerge la necessità di fare squadra per affrontare il momento difficile, anche oltre i dazi. Sì, perché la guerra commerciale tra Usa e UE si innesta in uno scenario già complicato da una congiuntura economica fredda e dagli scenari geopolitici squassati dai conflitti.
In questo scenario, le aziende rivolgono un appello alla politica, perché solo attraverso un gioco di squadra e l'attenzione costante agli equilibri è possibile reagire a un contesto oggi davvero turbolento. Tanto più che sono bastate le minacce (decisamente brutali) del presidente Trump per congelare immediatamente gli ordini e la logistica del vino destinato agli Stati Uniti.
Da quel che emerge nei commenti di manager e imprenditori del vino italiano, la preoccupazione è forte e però c'è voglia di reagire. Perché la fiducia nel made in Italy e nel suo valore rimane alta.

"Dai dazi non ci aspettiamo nessun impatto negativo anche perché non siamo presenti in USA. Abbiamo punti di riferimento in Australia, Olanda, Francia (Parigi) e stiamo sviluppando contatti con Danimarca, Norvegia, Inghilterra oltre al mercato interno. Onestamente questa situazione non ci intimorisce, ma anzi ci stimola a trovare sbocchi commerciali dove il nostro vino può essere apprezzato".
“La situazione legata ai dazi con gli Stati Uniti è certamente motivo di attenzione, anche se, a nostro avviso, meno preoccupante rispetto al contesto economico globale, che rimane incerto e instabile e che, soprattutto per noi europei, riporta alla memoria i tempi della Guerra Fredda. Gli USA rappresentano un mercato chiave, in particolare per i vini di alta gamma, e un eventuale aumento dei costi di importazione potrebbe incidere sia sulla competitività sia sulla percezione del prodotto. Detto ciò, è ancora presto per valutare con precisione l’impatto reale: molto dipenderà dall’entità e dalla durata delle misure che verranno effettivamente adottate. Sarà interessante anche comprendere quali siano le vere motivazioni alla base di queste decisioni, che al momento vengono presentate come strumenti di negoziazione per riequilibrare gli scambi tra continenti e come forma di protezione nei confronti della produzione interna. Personalmente, dubito che i consumatori americani si orienteranno più facilmente verso il vino nazionale: basti pensare al 2019, quando, nonostante l’aumento dei dazi sui vini francesi, non si registrò un incremento significativo del consumo di vini statunitensi”.
“La nostra strategia è quella di mantenere una presenza stabile e coerente negli Stati Uniti, evitando reazioni impulsive che, in questo momento, sarebbero poco utili. Prima capiamo che tipo di “malattia” è, poi penseremo alla “cura”. Nel frattempo, continuiamo a puntare su una maggiore diversificazione, senza abbandonare i nostri mercati storici. Abbiamo la fortuna di produrre una quantità limitata di vini e, quando il contesto globale è favorevole, la domanda supera regolarmente la disponibilità. Questo ci permette di essere selettivi e di mantenere una certa flessibilità nell’allocazione”.
“Più che intimoriti, ci sentiamo chiamati alla responsabilità di reagire in modo lucido e strategico. Il nostro settore è da sempre abituato ad affrontare sfide globali — che siano legate al clima, alla logistica o alla geopolitica. Servono cautela, flessibilità e visione di lungo periodo. Continueremo a investire nella qualità, nell’identità del nostro brand e nelle relazioni costruite con partner affidabili. Storicamente il nostro mondo ha vissuto cicli, con alti e bassi: per questo preferiamo guardare al futuro in modo positivo, ma con i piedi ben saldi a terra”.

"Certamente l’annuncio di nuovi dazi sui prodotti vitivinicoli ci intimorisce e non poco. Un inasprimento dei dazi comporterebbe aumenti dei prezzi ai consumatori finali, difficilmente gestibili soltanto da parte nostra. Purtroppo gli USA sono il nostro mercato principale per quanto riguarda il numero di bottiglie vendute, pertanto il problema per noi sarà certamente di larga scala. Siamo ovviamente presenti in una pluralità di altri mercati, ma per diluire ulteriormente il rischio siamo attivamente focalizzati sull’apertura di nuovi sbocchi commerciali. Dal momento in cui si è cominciato a parlare seriamente dell’introduzione di questi nuovi dazi, abbiamo iniziato anche a lavorare con gli importatori per trovare la miglior soluzione possibile e le alternative si sono già prospettate, ma non intendiamo attivamente muoverci finché non saremo a conoscenza di tutti i termini di questa mossa. Certo è che ci si auspica che grazie all’UE si possa trovare una soluzione di compromesso che ci permetta di poter continuare a fornire questo mercato sul quale Bosca è presente dalla metà dell’800. Ed è un vero peccato che il Proibizionismo dei gli anni ’20 del secolo scorso ci avesse obbligato a chiudere lo stabilimento produttivo di New York, che oggi sarebbe stato di grande aiuto".
“Sicuramente non bisogna fare allarmismo. Sempre sperando che i dazi non si concretizzino e tutto si risolva come anni fa in cui i vini italiani non vennero tassati dagli Usa. Oggi non dobbiamo dimenticare che i vini italiani e quindi i nostri dell'Etna sono eccellenze e per quello non credo verranno estremamente penalizzati in quanto sono anche amatissimi e molti richiesti in Usa. Probabilmente l'aumento dovrà essere 'gestito' da tutta la filiera che arriva al consumatore finale. Non credo che il consumatore che desidera bere i nostri vini smetta di comprarli all'improvviso scegliendo i vini del Sud America o quelli dell'Australia. La situazione non intimorisce, potrebbe esserci una contrazione dei consumi, ma bisogna essere comunque cauti e attenti e guardare anche ai mercati, come quello dell'Asia, mercati che comunque stanno mostrano un interesse sempre crescente verso le eccellenze italiane. Staremo a vedere, ma sempre con ottimismo”.
“Le minacce dei dazi all’occidente attualmente sono solo minacce, ma in effetti potrebbero essere realmente applicate e ciò provocherebbe un grande impatto negativo alla nostra economia e al comparto agroalimentare. Per la Cantina Brugnano il problema sarebbe meno grave rispetto ad altre cantine, vista la nostra condizione di start up che è ancora evidente in quei mercati, riteniamo che il riferimento del prezzo al consumo non è ancora definito e tantomeno consolidato, pertanto, per noi non sarebbe un grosso problema. Cantina Brugnano continuerà la sua strategia di espansione come da programma, tenendo tuttavia ancora più alta l’attenzione verso alcuni mercati, in particolare a quelli dell’EU est e il continente del Sud est Asia. La situazione comunque non ci intimorisce. Ci adatteremo alle necessità per continuare il nostro percorso di crescita”.

“Mi auguro che la questione dazi di Trump possa essere semplicemente un braccio di ferro a livello politico, non credo che saranno mai applicati, perché le conseguenze riguarderebbero tutti, Stati Uniti compresi. Speriamo quindi, che tutto si risolva al meglio, manca poco, il 2 aprile sapremo come andrà a finire questa querelle. Nel caso, reagiremmo come credo reagiranno tutti, ossia cercando di tenere in piedi il nostro business a tutti i costi, ci toccherà “correre” anche più di prima. Tutti i mercati per noi sono attenzionati. Domani, se il mercato degli Stati Uniti dovesse subire una contrazione, ci concentreremo sempre di più a fare bene e meglio nei mercati in cui siamo già presenti, in particolare Italia ed Europa. Credo sia normale avere delle preoccupazioni ma ritengo che, come in tutte le crisi, ci possano essere anche nuove opportunità che magari oggi non vediamo. In Buglioni tendiamo a guardare ogni cosa in modo positivo, cercando di trovare nuovi orizzonti là dove gli altri vedono confini”.

"La posta in gioco non è certo irrisoria. Per Ca' di Rajo Group il mercato americano vale circa 1 milione di euro l'anno nella vendita dell'imbottigliato, una cifra significativa che potrebbe essere pregiudicata da questa misura. Secondo una stima della Consulta Vitivinicola di Coldiretti, il blocco delle spedizioni di vino verso gli Stati Uniti a causa dei timori legati ai dazi potrebbe costare 6 milioni di euro al giorno alle cantine italiane. Sebbene, ad oggi, si tratti ancora di una prospettiva, le prime conseguenze si stanno già facendo sentire: il blocco degli ordini e delle spedizioni sta generando danni economici immediati e minaccia di compromettere il posizionamento del prodotto oltreoceano”.
“Siamo in una fase negoziale e dobbiamo affrontarla con lucidità. Non dobbiamo trasmettere paura e insicurezza, perché faremmo il gioco della controparte. I Repubblicani sono imprenditori prima che politici: il loro focus è il business, e la loro capacità negoziale è indubbia. Siamo certi che il dialogo sarà fondamentale per trovare una soluzione equilibrata. I nostri connazionali emigrati sono i nostri migliori ambasciatori. È attraverso di loro che dobbiamo fare rumore, perché l'opinione pubblica americana si interessi di queste dinamiche. Siamo certi che il nostro patrimonio enologico saprà imporsi ancora una volta: il Made in Italy vincerà sempre”.

“Speriamo non vengano inseriti dazi sui vini italiani. Comunque restiamo sospesi come foglie al vento d'autunno, in questi anni ne abbiamo viste di tutti i colori. Il mercato USA non è prioritario nel nostro portafoglio estero, siamo una cantina giovane e con un target prezzo poco concorrenziale e aggressivo data la qualità che vogliamo tenere sui nostri vini. Il nostro brand non è certo tra i più noti, per cui eravamo coscienti che in America potevamo ambire solo a importatori che potessero lavorare i nostri prodotti non con i grandi numeri ma su target più mirati. E così è stato. Nessun Paese è prioritario nel nostro pacchetto clienti. Girare il mondo mi ha portato infatti a puntare su tanti clienti, sparsi ovunque. Certo, è molto più faticoso e dispendioso, soprattutto per una cantina piccola come la nostra da 120mila bottiglie l’anno, ma molto meno pericoloso”.
“Sin dal nostro primo anno di commercializzazione prodotto, il 2018, ho cominciato a frequentare i paesi dell'est, Giappone, Corea, Singapore quando tutti mi suggerivano USA. Ho inteso immediatamente che lì ci saremmo scontrati con prezzi per noi non proponibili e dunque mi sono impegnata da subito verso altri mercati, dove mi trovo bene”.
“Per i dazi USA siamo preoccupati ma non troppo. Piuttosto è la situazione geopolitica in generale, il clima che si respira a livello mondiale, oltre al cambiamento climatico in senso stretto, che ci tiene sospesi”.
“L'attività export di Col Vetoraz negli Stati Uniti non rappresenta numeri altamente significativi, perché negli ultimi 10 anni il mondo prosecco si è sviluppato su fasce di mercato molto basse, che non appartengono alla strategia produttiva e commerciale di Col Vetoraz. Pertanto per la nostra azienda non prevediamo un impatto preoccupante. Molto più preoccupanti sono i numeri emersi da una recente analisi relativa al mercato USA condotta dall'osservatorio prosecco, dove la fascia 5-7 € segna -47%, mentre la fascia 2-3 € segna +939%. Guardando questi numeri, qualsiasi osservatore dotato di buon senso può capire che probabilmente i dazi non sono il maggiore dei problemi. C'è però un confortante +23% sulla fascia 7-10 €, che ci fa capire che il mercato qualificato, pur di nicchia, funziona ancora. Reagiremo continuando a fare ciò che abbiamo sempre fatto, mantenere alta qualità e identità, e diversificare i mercati più possibile”.
“Gli Stati Uniti ci hanno sempre supportato e difficilmente immagino che gli americani rinunceranno così facilmente ai vini italiani. Tuttavia, bisognerà cambiare delle parti strategiche del nostro approccio. Capita ogni tot anni ma siamo fiduciosi e poi non bisogna dimenticare che già nel 2020 siamo stati graziati. Rimoduleremo le offerte e si troverà una soluzione. La nostra cantina ha forti e solidi rapporti negli Usa: quasi il 25% della nostra produzione è destinata a questo mercato, magari perderemo qualcosa e ne guadagnerà un altro mercato”.
“Al momento siamo in una fase di programmazione, le ipotesi sono molte: si potrebbero fare sacrifici combinati con le distribuzioni per mantenere i prezzi stabili, aumentare le allocazioni su altri mercati – nord Europa e Scandinavia su tutti – potremmo aumentare i volumi dell'accoglienza in cantina, che ha una crescita enorme. Siamo un’azienda giovane e forte, con i giusti sacrifici e le giuste idee sono sicuro che lo scossone verrà assorbito. Il cambiamento sposta sempre qualcosa, non parlerei di timore, bensì di reazione”.

"Gabe Tenute è in fase di sviluppo su tutti i principali mercati e ovviamente la possibile entrata in vigore di dazi cosi rilevanti negli USA di fatto ci impedisce di entrare sul mercato. Questo impatto è ovviamente devastante per tutte le realtà produttive, in particolar modo per coloro che hanno la necessità di aprire e sviluppare il mercato. Onestamente, la possibile entrata in vigore di dazi al 200% non consente reazioni significative, se non quelle di orientarsi, per quanto possibile, verso altri mercati come il centro-sud America e l’est Europa, dove la categoria Prosecco è in fase di crescita".
La situazione ci intimorisce. Gli Usa rappresentano da sempre il principale mercato di sbocco per le produzioni di qualità italiane e non è pensabile, in ottica futura, fare a meno di un mercato cosi importante. Il nostro auspicio è quello che si possa avviare un dialogo ragionevole tra Europa ed autorità americane per trovare un giusto compromesso che possa consentire a tutti di continuare ad esportare nei rispettivi continenti".
“Al momento non stiamo riscontrando ripercussioni dirette sulle esportazioni verso gli Stati Uniti a seguito delle dichiarazioni del Presidente Donald Trump sui possibili dazi aggiuntivi. I nostri clienti continuano a riordinare con fiducia, sperando che il governo americano non adotti effettivamente le misure annunciate. Tuttavia, percepiamo un clima di incertezza e preoccupazione tra gli operatori statunitensi, che confidano nella stabilità di un mercato che da sempre dimostra grande apprezzamento per il vino italiano”.
“Il nostro primo obiettivo è rassicurare i nostri partner americani, garantendo loro il massimo supporto in caso di eventuali cambiamenti nelle politiche doganali. Al tempo stesso, stiamo investendo risorse e attenzioni su mercati in crescita, in particolare quelli asiatici e del Sudest asiatico, dove il consumo di vino è in fase di espansione e si sta strutturando su nuove abitudini di consumo”.
“Non siamo particolarmente intimoriti dalla situazione, e questo per due motivi principali. La nostra distribuzione negli Stati Uniti è organizzata in maniera diversificata, con più importatori che operano in diverse aree del Paese, riducendo così il rischio di una ricaduta uniforme su tutto il mercato. Inoltre, la nostra presenza è concentrata nel settore horeca e retail di fascia medio-alta, meno esposto a un impatto drastico rispetto ai vini di fascia più bassa, per i quali un aumento dei dazi avrebbe un'incidenza più significativa. Infine, facendo tesoro dell'esperienza maturata durante la precedente amministrazione Trump, quando furono annunciati aumenti dei dazi che poi non vennero effettivamente applicati, restiamo fiduciosi che anche questa volta possa trattarsi di una manovra di natura più propagandistica che concreta. Continueremo a monitorare la situazione con attenzione, pronti a reagire con strategie mirate per tutelare la nostra presenza sui mercati internazionali”.
“La guerra dei dazi con gli USA sarà molto deleteria per la nostra azienda agricola, perché esportiamo più del 50% del vino in USA. Come reazione cercherò di aiutare il più possibile i nostri importatori. Inoltre, stiamo indirizzando la nostra attenzione verso l'Europa e il Giappone. Questa situazione ci intimorisce e preoccupa molto. Potrà solamente danneggiare tutta l'economia mondiale”.
“In questo periodo storico, sicuramente la situazione generale è in stallo, confusa, e si è in un momento in cui si tende a evitare di esporsi. Gli stessi importatori hanno delle remore nel fare ordini dall’Italia. Per nostra fortuna al momento la nostra presenza e distribuzione negli USA è ancora ai suoi inizi, quindi non siamo capillari e per il momento ciò può essere considerato ‘positivo’ vista la situazione attuale. D’altro canto, proprio perché siamo in un momento di avvio, lo scorso anno è stato dedicato a seminare facendoci conoscere in fiere, eventi e degustazioni in giro per gli USA e purtroppo i contatti creati ad ora non vogliono sbilanciarsi nell’inserire nuove cantine in portfolio prima di avere chiara la situazione prossima futura”.
“Gli Stati Uniti per Hic et Nunc hanno in questo momento un impatto marginale. Abbiamo infatti da sempre voluto concentrare il nostro focus sullAsia, in particolare Taiwan, Giappone, Cina e Singapore, per poi spostarci in altre zone del mondo. Nel 2025 continueremo a investire sul mercato asiatico, partecipando a fiere ed eventi insieme ai nostri importatori e agenti. Un altro focus importante per noi è certamente l’Europa, per cui investiremo le nostre energie sui paesi del vecchio continente: ad oggi operiamo in Olanda, Regno Unito, Danimarca, Svezia, Svizzera; mentre uno dei nostri focus è la Germania”.
“Per quanto al momento per noi gli Stati Uniti non siano il mercato di esportazione principale, ovviamente siamo intimoriti da questa situazione. Gli USA sono un mercato fondamentale a livello mondiale, e dunque in generale temiamo che la guerra dei dazi possa avere un impatto globale che rallenterà il mercato del vino. Proprio per questo la nostra attenzione è massima, specialmente nel fare investimenti mirati e puntare in modo certosino sui mercati di Asia e Europa, lavorando bene, con passione e precisione”.

“Premetto che la nostra è un’azienda giovane, nata nel 2018, pur possedendo i vigneti da oltre trent’ anni. Ci siamo affacciati sul mercato nell’anno della Pandemia, pertanto è un’azienda nata con la consapevolezza che anche quello vitivinicolo è un settore esposto a ‘intemperie’ di ogni tipo: dalle calamità naturali alle ideologie politiche, senza trascurare che anche le conseguenze dei mutamenti dello stile di vita della popolazione si ripercuotono su questo settore. Come ogni momento ‘particolare’, anche questo sicuramente avrà un impatto sui consumi, quindi da parte del mercato USA mi aspetto sicuramente un po' di incertezza. È vero che non mi aspetto un incremento della richiesta , almeno per quest’anno, ma credo che noi piccoli produttori subiremo gli effetti in modo proporzionato alla dimensione aziendale”.
“La nostra reazione alla guerra dei dazi è quella di continuare a puntare sulla qualità, perché, dal mio punto di vista, solo mantenendo vivo l’amore per la propria attività di produttore, non si uscirà impoveriti da una guerra ingiusta, come tutte le altre. Certo non è semplice, soprattutto per chi come noi produce a partire dalla vigna, ma credo che, più che mai, la garanzia di qualità sia fondamentale per dimostrare che i produttori italiani rispettano la tradizione, il territorio e sono capaci di continuare a svolgere il proprio lavoro, anche in momenti meno favorevoli, senza mai discostarsi dai principi morali ed etici che accomuna molti di essi. Una possibile risposta all’eventuale riduzione della richiesta da parte degli USA potrebbe essere l’accoglienza in cantina. Per me l’accoglienza rappresenta la vera essenza di un’azienda, è il momento in cui il produttore spiega e mostra il terroir di ciascun vino, raccontando la storia, le abitudini e gli aspetti socio-culturali del luogo. Sarebbe molto importante per la nostra azienda ampliare il raggio di distribuzione dei nostri prodotti in diversi stati, a partire dalle principali nazioni europee. Questo nostro interesse non scaturisce dalla situazione prospettata dagli USA, ma è una normale attesa che farebbe piacere a qualsiasi produttore a prescindere dal periodo economico”.
“Essendo una produttrice che si è lasciata trasportare dalla passione per questa attività ed essendo riuscita a coronare il proprio sogno di ‘fare il vino con le mie mani’, direi che non riesco ad individuare mai elementi che possano arrivare a farmi diventare pessimista. Ovviamente si dovrà tenere conto della situazione, ma grazie anche al buon dialogo e collaborazione con nostro importatore negli USA, penso che si riuscirà a limitare anche l’effetto di questa momentanea guerra”.
“Il mercato US per la nostra azienda rappresenta una percentuale piccola rispetto ad altri mercati esteri o al mercato nazionale. Al momento è difficile esprimersi su questo argomento, visto che (fortunatamente) non c’è la certezza che saranno applicati dei dazi. Ovviamente, se così dovesse essere, se fossero dazi del 200%, annullerebbero quasi del tutto il mercato dei vini europei negli Stati Uniti, quantomeno nelle fasi iniziali. Se invece i dazi fossero del 25%, lo scenario sarebbe completamente diverso. Ci sarebbe solamente un rallentamento dei consumi di vino europeo negli US, probabilmente a favore dei vini non europei e statunitensi. È veramente difficile in questo momento prevedere quello che succederà, perché per fortuna non c’è ancora nulla di certo. Nel frattempo continuiamo a concentrarci sul mercato nazionale (per noi quasi il 70% delle vendite) e gli altri mercati. Ho comunque in programma un viaggio negli US per fine aprile, sperando che la situazione rimanga quella che tutti conosciamo oggi”.

“Il mercato statunitense è molto qualitativo, è il primo mercato a valore - secondo solo alla Germania per i volumi - dove il nostro vino è molto apprezzato e gode di un ottimo posizionamento. La minaccia di nuovi dazi imposti dall'amministrazione Trump è motivo di seria preoccupazione. Se fossero confermati già i dazi al 25%, gli impatti sulla competitività e la quota export del vino italiano sarebbero significativi, con una perdita sostanziale del fatturato. I vini di fascia medio-bassa sarebbero particolarmente vulnerabili, mentre quelli premium potrebbero resistere meglio. Attualmente, il Canada sta adottando misure protezionistiche contro gli Stati Uniti, ma l'esito di questa disputa rimane incerto. È cruciale evitare una guerra commerciale che danneggi il 'made in Italy' e, soprattutto, i consumatori. Da sottolineare che poco meno della metà degli oltre 5 miliardi di euro di importazioni di vino negli USA proviene dall'Italia, con il Veneto che contribuisce significativamente grazie a Prosecco, Pinot Grigio e Amarone”.
“La nostra forza risiede proprio nella diversificazione: operiamo già in 140 Paesi, con Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Canada tra i mercati chiave. Produciamo anche in Argentina, questi nostri prodotti potrebbero presentare un'alternativa. Ma ovviamente non possiamo proporli in sostituzione a denominazioni profondamente legate al territorio Veneto come Prosecco e Amarone. La solidità dei vini italiani nasce proprio dal legame forte con la terra e la cultura da cui provengono. Un suggerimento per chi non l'avesse ancora fatto è di diversificare su altri mercati, anche se il momento non è tra i più favorevoli data la situazione geopolitica ed economica”.
“La preoccupazione è forte e condivisa. La Casa Bianca sta picconando il nostro 'vecchio mondo'. Per noi il vino rappresenta più che un prodotto: un modo di essere, un modo di vivere, l'esperienza enogastronomica e quella dei territori. Vista dalla parte USA non c'è dubbio che con i dazi al 25%, per esempio, il consumatore verrebbe ad essere tassato con il raddoppio dei prezzi. Il sistema distributivo ne risentirebbe se non potesse più contare sulle masse critiche dei prodotti importati e L'Europa e il vino europeo fanno la parte del leone. Le cifre dovrebbero far riflettere chi si occupa dei dazi: per ogni dollaro che il produttore italiano incassa gli Stati Uniti ne incassano 4.3 tra fiscalità, servizi distributivi e ricarichi. Dunque, un dramma per noi ma anche Oltreoceano rischiano gravi perdite”.

“Al momento, tutto rimane ancora sospeso e speriamo vivamente che nulla si avveri di quello che è stato paventato. Per quanto riguarda Monteverro, attualmente il mercato USA non ha un peso così rilevante per l'Export, nonostante le grandissime potenzialità che verrebbero a mancare qualora questi dazi fossero attuati. Continueremo ad investire sui mercati asiatici e solidificare i mercati europei chiave come l'UK. Non ci siamo mai concentrati troppo sui singoli paesi – cercando quindi di diversificare il più possibile i vari mercati mondiali - fatta eccezione per l'aerea D–A–CH, mercato da sempre importantissimo per noi. La situazione ovviamente ci preoccupa ma comunque non abbiamo intenzione di rimanere inermi e in balia degli eventi”.
“Innanzitutto speriamo che grazie alla diplomazia si riesca ad evitare di introdurre questi dazi. La nostra azienda vende solo il 5% della produzione in America, quindi l’esposizione non è molto grande. Le conseguenze indirette potrebbe risultare più impattanti per noi. Considerato che molto vino italiano viene esportato in America, i dazi potrebbero causare una riduzione dell’export e quindi molte cantine italiane riverserebbero gran parte del prodotto sul mercato domestico aumentando l’offerta e aumentando la pressione sui prezzi”.
“Per quanto riguardano gli Usa non intraprenderemo azioni, ma accetteremo le decisioni dei nostri importatori. Negli ultimi anni abbiamo iniziato ad esportare in mercati europei molto interessanti come Svizzera e Danimarca, continueremo a cercare opportunità in stati europei, facilmente raggiungibili e aperti al vino italiano. Da un paio di anni vendiamo anche in Canada e speriamo di crescere in questo mercato oltreoceano. La situazione non ci intimorisce. bassa esposizione verso gli Usa ci consente di rimanere tranquilli, ma sicuramente la situazione del vino italiano ne risentirà se dovessero veramente essere introdotti dazi sui nostri prodotti”.

“Paradossalmente non siamo direttamente molto preoccupati, in quanto ci siamo prima focalizzati sul consolidare clienti nei Paesi Europei; quello degli USA è per noi ancora un mercato da sviluppare e contiamo di poter avere qualche chance in più grazie ai nostri prodotti tipicamente di nicchia. Siamo altresì convinti che il Presidente degli USA cederà a più miti pretese. Incrociamo le dita, del resto siamo tutti abbastanza impotenti sull’argomento. Abbiamo cominciato a guardare all’Europa già prima di questo momento e non siamo quindi sbilanciati verso gli USA; continueremo a consolidare e insistere su importatori/distributori USA specializzati e più adatti dei grandi a gestire le vendite dei nostri vini”La situazione è decisamene da contingenza negativa; se poi la sommiamo ai limiti di politica europea, a quelli del codice della strada, alla boutade dei vini dealcolati (si tratta di altro non di vini) e ai cambiamenti sulle abitudini ai consumi, siamo davanti a uno scenario particolarmente ostile: questo dovremmo gridarlo prima in Europa e in Italia a nostro avviso”.
“I dazi che Trump vuole imporre sul vino italiano rischiano di avere un impatto significativo sulle nostre esportazioni, rendendo il prodotto meno competitivo negli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti per il nostro settore. L'aumento dei costi per i consumatori americani potrebbe ridurre la domanda, mettendo in difficoltà molti produttori siciliani come noi che da anni investono su questo mercato, costruendo relazioni commerciali solide e fidelizzando una clientela che apprezza sempre di più la qualità e l'autenticità dei nostri vini. Di fronte a questa sfida, il nostro obiettivo sarà quello di diversificare le esportazioni, puntando su mercati alternativi. L'Europa rappresenta già un'importante destinazione per il vino siciliano, e cercheremo di rafforzare ulteriormente la nostra presenza nei paesi come Germania, Regno Unito e paesi scandinavi. Allo stesso tempo, guardiamo con interesse ai mercati emergenti dell'Asia, con particolare attenzione alla Cina, dove il consumo di vino è in forte espansione, e al Giappone, che già dimostra una spiccata predilezione per i prodotti di alta qualità. Anche il Canada e l'Australia potrebbero rappresentare opportunità preziose per i nostri pregiati vini. Tuttavia, rimpiazzare completamente gli Stati Uniti non sarà facile. Parliamo di un mercato consolidato, con un pubblico affezionato e una rete di distribuzione ben strutturata che ha richiesto anni di lavoro per essere costruita. Nonostante le difficoltà, questa situazione non ci intimorisce. La Sicilia ha una storia millenaria nella produzione vitivinicola e una capacità di adattamento straordinaria. Con determinazione e strategia, faremo conoscere ancora di più i nostri vini in tutto il mondo, consapevoli che la qualità, l'autenticità e il legame con il nostro territorio sapranno sempre farsi strada”.
“L’attuale guerra dei dazi con gli Stati Uniti sta generando forti preoccupazioni per la nostra azienda. Il mercato americano ha sempre rappresentato una componente significativa delle nostre esportazioni e la prospettiva di dazi o restrizioni commerciali potrebbe compromettere seriamente la nostra competitività e la sostenibilità economica delle nostre operazioni oltreoceano. Molti dei nostri importatori hanno al momento bloccato le spedizioni finché lo scenario non sarà più chiaro, questo è un danno enorme per tutti i vini stagionali come bianchi freschi e rosati. E poi, per il futuro, il timore è che i vini 'premium' possano essere impossibili da importare e distribuire se saranno confermate tariffe così gravose”.
“Per affrontare questa situazione, stiamo puntando con decisione su mercati alternativi che possano compensare il calo previsto delle vendite negli Stati Uniti. Stiamo rivolgendo la nostra attenzione al Canada, che si sta dimostrando una terra di grandi opportunità grazie a una crescente domanda e a politiche commerciali favorevoli. In particolare, lo stato dell’Ontario (che è il principale mercato per i vini a stelle e strisce) ha delistato dal sistema del monopolio tutti i vini prodotti in USA come reazione alle scellerate politiche di dazi imposte dall’amministrazione americana. Questo crea inevitabilmente uno spazio di mercato per i vini europei, in particolare per quelli italiani. Parallelamente, stiamo consolidando la nostra presenza in Giappone, un mercato maturo ma anche dinamico e molto ricettivo, che apprezza la qualità e l’innovazione dei nostri prodotti”.
“Non possiamo negare che questa situazione ci intimorisca, soprattutto considerando l’importanza storica del mercato americano per la nostra azienda. Tuttavia, crediamo che diversificare i nostri sbocchi commerciali sia la strategia più solida per garantire la continuità e la crescita, mitigando i rischi legati a contingenze geopolitiche come quella attuale”.

“Le dichiarazioni rilasciate da Trump sono molto gravi. A livello aziendale il rischio che viviamo è di vanificare tutti gli sforzi profusi negli ultimi anni. Abbiamo lavorato e investito molto per avviare le esportazioni dei vini di entrambe le nostre realtà negli Stati Uniti, consolidare contatti commerciali importanti e iniziare a farci conoscere. Adottando un punto di vista più ampio, quello di produttore romagnolo, sarebbe un danno enorme per il nostro territorio. I vini della Romagna non vantano una presenza storica e massiccia negli Stati Uniti, a differenza di altre denominazioni italiane. Tuttavia negli ultimi anni, avevamo iniziato a scommettere e a ricevere i primi riscontri importanti, in particolare sui nostri Sangiovese e Albana. La nostra strategia di crescita sui mercati internazionali continuerà in ogni modo, con uno sguardo attento sui mercati nord europei e UK. Detto questo, rimane purtroppo grande incertezza a causa della debolezza generale che si riscontra sui mercati nazionali ed internazionali”.

“L'impatto della 'guerra sui dazi' per la categoria del Prosecco è enorme, gli USA sono il primo mercato di esportazione con un valore complessivo di oltre mezzo miliardo di euro e circa 150 milioni di bottiglie nel 2024. Un successo che si è consolidato negli ultimi anni grazie una combinazione di caratteristiche organolettiche, bollicine fresche e fruttate, e a un rapporto qualità prezzo accessibile che ha conquistato rapidamente il consumatore americano. L'annuncio dei dazi sul vino da parte dell'amministrazione Trump ha di fatto già congelato le attività dei player principali del settore, sia della distribuzione americana che degli importatori, che sono in modalità ‘wait and see’ in attesa di capire che cosa succederà”.
“Per quanto riguarda la nostra azienda, per cui gli USA sono nei top 5 mercati export, l'attuazione dei dazi ci escluderebbe completamente da ogni logica di acquisto dei consumatori attuali: il nostro prosecco più venduto, che attualmente ha un prezzo di 19 dollari a bottiglia, arriverebbe a costare tra i 45 e i 50 dollari a bottiglia, mettendoci completamente fuori mercato. Non ci sono possibilità di reazione e controbilanciamento immediato su altri mercati, per cui speriamo nell'esclusione del vino nelle negoziazioni politiche”.
“Dobbiamo aspettare ancora qualche giorno per capire se questa guerra dei dazi si concretizzerà o se si risolverà in un bluff politico, se dovesse davvero diventare realtà sarebbe un danno enorme per tutto il comparto in Italia e in Europa. Per noi il mercato americano rappresenta circa l’8% dell’export e siamo presenti in 5 Stati (Florida, California, Maryland, Pennsylvania e Washinton DC) con tre importatori”.
“Non so come evolverà ma certamente sarà sempre più difficile trovare referenti giusti e nuovi clienti nel mercato USA, come Santa Venere stiamo cercando di trovare importatori per ogni Stato ma al momento molti rapporti e anche ordini sono in standby. Anche a Vinitaly le previsioni dicono che saranno pochi i contatti in arrivo dagli Stati Uniti, ma staremo a vedere. Se i dazi si faranno ci sarà di sicuro un conseguente calo dei consumi che dovremmo fronteggiare ma al momento non stiamo guardando ad altri mercati, ci concretiamo nei rapporti in essere e cerchiamo i giusti referenti sul territorio. Credo che il problema sarà più serio per le aziende che vogliono iniziare ora da zero delle attività di export in USA”.

"La guerra dei dazi con gli USA è sicuramente un tema che seguiamo con attenzione, ma al momento non rappresenta una minaccia diretta per Terre de la Custodia. Il mercato statunitense è in fase di sviluppo per noi, quindi non abbiamo ancora un'esposizione tale da subire impatti significativi. Il nostro focus principale resta su Italia e Asia, dove abbiamo consolidato la nostra presenza e continuiamo a investire per rafforzare la distribuzione e la riconoscibilità del nostro brand. Tuttavia, gli Stati Uniti rappresentano un'opportunità interessante e continueremo a lavorare per far conoscere i nostri vini, adattandoci di volta in volta al contesto economico e commerciale. Non ci lasciamo intimorire da questa situazione, ma la affrontiamo con pragmatismo, monitorando l'evoluzione dei dazi e valutando strategie per posizionare al meglio i nostri prodotti anche su altri mercati emergenti".
“A nostro modo di vedere la paventata applicazione di dazi sui vini italiani sarà oggetto di una più ampia negoziazione USA, Europa - Italia. Di conseguenza, non ci aspettiamo particolari "sconvolgimenti". A tale riguardo si possono considerare i recenti esempi di altre nazioni che sembravano essere state messo "sotto scacco" dall'amministrazione Repubblicana USA. Al momento abbiamo solo alcuni contatti con importatori USA, ma il nostro obiettivo è intensificare tali relazioni in quanto tale mercato è e resterà uno dei punti di riferimento per l'industria Italiana nel mondo”.
“La nostra azienda persegue gli obiettivi di consolidare il posizionamento sul mercato Italiano ed entrare nei paesi più recettizi delle innovazioni in ambito vinicolo. In particolare, ci prefiggiamo di potenziare la nostra presenza nei paesi del nord Europa e UK. Allo stesso tempo, il nostro piano strategico prevede l'espansione verso l'Asia a partire dal 2026”.
“A nostro parere, ogni situazione di ‘stress’ è foriera di potenzialità che un'azienda può cercare di sfruttare a proprio favore. A tale riguardo, in un mondo globalizzato ove tutto sembra essere diventato utility, ciò che fa la differenza è la qualità. I prodotti di eccellenza non possono temere alcun contraccolpo in quanto: unici e irripetibili. Per quanto ci riguarda, ogni singola bottiglia che esce dalla nostra cantina è numerata progressivamente. Questo, ovviamente insieme alle peculiarità dei nostri vini, è garanzia di autenticità per il consumatore”.
“Un impatto per la nostra azienda a causa dei preannunciati dazi c'è già stato: tutti gli ordini/importazioni del vino in USA che non ‘atterrano’ negli Stati Uniti prima del 2 aprile sono in stand by. Se dovessero essere applicati dazi, cosa ancora non certa, l'impatto definitivo dipenderà dal valore di questi dazi. Chiaramente se si dovesse verificare il peggiore degli scenari minacciati, dazi al 200%, sarebbe un disastro per l'export del vino in USA. Ci sarebbe un blocco immediato delle importazioni con ripercussioni estremamente negative per tutti”.
“Noi abbiamo già reagito, spingendo sui principali mercati alternativi (Canada, Germania, Giappone) ma la capacità di assorbimento del mercato USA di prodotti enogastronomici italiani, non è facilmente sostituibile soprattutto nel breve/medio periodo, Canada e Germania per esempio, al momento sono meno remunerativi”.
“La situazione ci intimorisce. Speriamo che sia da parte del governo italiano che da parte delle aziende importatrici e distributrici di vino in USA ci siano azioni di pressione, diplomatica e lobbystica, che dissuadano Trump da applicare dazi sui prodotti enogastronomici italiani. Ricordiamoci che il 70% del margine costruito sul prezzo finale del vino, è tutto sul mercato USA e quindi concorre al PIL del paese. Il valore dell'importazione del solo vino italiano è vicino ai 2 miliardi di Euro, questo genera un giro d'affari in distribuzione e vendita di quasi 3,5 miliardi di euro e stiamo parlando del solo vino italiano. Non credo sia indolore una decisione drastica come minacciata”.
“In qualità di direttore generale di Val d'Oca, desidero esprimere la nostra profonda preoccupazione riguardo alla possibile introduzione di dazi all'importazione di prosecco negli Stati Uniti. Questa misura, se attuata, avrebbe un impatto significativo non solo sul nostro marchio e sui produttori di vino italiani, ma anche sull'intero settore vinicolo e sui consumatori americani”.
“Il Prosecco, simbolo della nostra tradizione vitivinicola e rappresentante di qualità e autenticità, ha trovato una forte e crescente domanda nel mercato statunitense. I dazi potrebbero ostacolare l'accesso dei nostri prodotti e aumentare i costi per i consumatori, riducendo il volume di vendite e danneggiando le relazioni commerciali che abbiamo costruito nel corso degli anni”.
“Riteniamo che il dialogo e la cooperazione siano fondamentali per risolvere le dispute commerciali in modo costruttivo. Siamo pronti a collaborare con le autorità competenti e le associazioni di categoria per trovare soluzioni che tutelino gli interessi di tutti i soggetti coinvolti, senza compromettere la qualità e l'autenticità dei nostri spumanti. Auspichiamo che si possa giungere a un accordo che eviti l'introduzione di dazi, permettendo così al Prosecco di continuare a brillare come simbolo di convivialità e tradizione, contribuendo al contempo alla crescita economica e culturale dei nostri due paesi. Val d'Oca rimane impegnata a promuovere il valore e la qualità del nostro prodotto, e continueremo a lavorare per garantire che il prosecco possa rimanere accessibile e apprezzato da tutti gli amanti del vino negli Stati Uniti e nel mondo”.

“Al momento, la guerra dei dazi con gli USA non è ancora una realtà concreta, quindi non possiamo stimarne l’effetto diretto. Tuttavia, considerando che il fatturato verso gli Stati Uniti rappresenta meno del 10% del nostro totale, l’impatto, seppur rilevante, non sarebbe determinante per la continuità aziendale. Non abbiamo intenzione di modificare la nostra strategia commerciale nell’immediato, poiché la situazione resta incerta e dipenderà anche dalla durata e dall’entità dei possibili dazi. Continuiamo a investire sui mercati esteri già consolidati e vediamo ancora margini di crescita in alcune aree internazionali. Siamo naturalmente attenti agli sviluppi della situazione, ma al momento non riteniamo che vi siano motivi per cambiare la nostra strategia globale. Continuiamo a monitorare il contesto con prudenza, mantenendo un approccio flessibile”.

“Nel più recente sviluppo della guerra commerciale globale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato ieri un nuovo dazio del 25% su tutte le auto non prodotte negli Stati Uniti, andando ad aggiungersi ai dazi già esistenti e scuotendo i mercati automobilistici. La mossa arriva in vista del cosiddetto ‘giorno della liberazione’ di Trump, previsto per il 2 aprile, dove sono previsti dazi fino al 200% anche sul vino. Questo annuncio fatto qualche settimana fa ha portato la Wine Trade Alliance, associazione americana di importatori, distributori e negozianti, a consigliare lo stop di acquisti di vino dall'Unione Europea.mTutte le aziende, inclusa Vallepicciola, hanno adesso migliaia di bottiglie ferme in magazzino in attesa di qualche segnale chiaro sulle intenzioni dell'amministrazione Trump, rendendo difficile la pianificazione per le imprese”.
“Stiamo monitorando con attenzione l'andamento del mercato, sia a livello nazionale che internazionale, per adeguare tempestivamente la nostra strategia commerciale. In risposta alle recenti dinamiche economiche e ai cambiamenti nelle abitudini di consumo, stiamo rafforzando la nostra presenza in Europa, con un focus su Germania, Svizzera e Paesi Bassi, e ampliando l'interesse verso alcuni paesi dell'Asia orientale, dove cresce la domanda di vino di qualità. Investiamo inoltre in attività promozionali mirate e nella partecipazione a fiere internazionali, con l'obiettivo di consolidare e ampliare la rete di distribuzione”.
“Un po’ la situazione ci intimorisce, sarebbe strano il contrario. Ma siamo abituati a lavorare in un settore che richiede pazienza, visione e adattabilità. E proprio in momenti come questi, cerchiamo di fare squadra con gli altri produttori, nel nostro caso quelli dell'Associazione Vagliagli, e guardare avanti con spirito costruttivo. Come diceva Albert Einstein, 'In mezzo alle difficoltà nascono le opportunità'".
“Credo che i dazi avranno un’influenza marginale sulla nostra realtà essendo di nicchia e rivolta a clienti alto spendenti o comunque appassionati. Reagiremo mantenendo alta la qualità e affidandoci a collaboratori che si rivolgo ad un mercato di appassionati. Questa situazione non ci intimorisce anzi ci stimola a fare sempre meglio”.
“Per fortuna gli USA occupano solo circa il 10% dei nostri fatturati esteri quindi l'impatto eventuale sarà minore sulle nostre vendite. Inoltre abbiamo nei primi mesi dell'anno già evaso ordini con cui i nostri principali importatori dovrebbero coprire il primo semestre. Anche il nostro posizionamento nella fascia medio alta di prezzo potrebbe aiutare nel caso i dazi entrassero realmente in vigore. Intanto siamo attualmente in una situazione di attesa su nuovi progetti che potrebbero partire dopo il Vinitaly per inserimento in autunno. Il nostro export è già molto diversificato e stiamo puntando ulteriormente sui mercati scandinavi, inglese e asiatici con una possibile ripartenza della Cina, mentre gli altri mercati europei rimangono per adesso stabili. Anche se direttamente non siamo molto a rischio per questa situazione, siamo sicuramente preoccupati per come potrebbe reagire il resto del mercato, e perché sicuramente tutto l'invenduto degli USA andrebbe a riposizionarsi verso altri mercato creando sicuramente turbative anche di prezzo”.
"L'inasprimento dei dazi sul vino europeo annunciato dall'amministrazione statunitense rappresenta certamente un motivo di preoccupazione, non solo per Zenato, ma per l'intero comparto vinicolo italiano. Gli Stati Uniti sono da tempo uno dei nostri mercati principali e un eventuale aumento fino al 200% renderebbe i nostri prodotti meno competitivi, minacciando la continuità e la stabilità delle esportazioni. Tuttavia, riteniamo che la forza della nostra proposta – fondata su qualità, identità territoriale e valore culturale – possa continuare a trovare spazio e apprezzamento anche in contesti complessi come questo”.
“La nostra strategia non parte oggi: da tempo abbiamo investito nella diversificazione dei mercati e nel rafforzamento della nostra presenza internazionale. Stiamo lavorando con decisione su mercati in forte crescita come il Canada, i Paesi del Mercosur e l'Asia – in particolare India – e continuiamo a valorizzare la nostra identità in contesti dove la cultura del vino italiano sta emergendo con interesse e curiosità. Inoltre, il nostro posizionamento basato su autenticità e sostenibilità ci permette di reagire con solidità anche agli scossoni geopolitici. Stiamo intensificando le attività in Canada, dove riscontriamo un'ottima sensibilità verso la qualità, e nei Paesi sudamericani, che mostrano dinamismo e crescente attenzione verso i vini italiani. L'India rappresenta un'opportunità importante, così come alcuni Paesi europei come l'Irlanda, dove stiamo vedendo segnali incoraggianti. Non si tratta di sostituire gli Stati Uniti, che restano strategici, ma di affiancare loro nuove aree di sviluppo per costruire una rete più ampia e resiliente".
“La situazione ci preoccupa ma non ci coglie impreparati. Abbiamo una visione di lungo periodo e crediamo nel valore del nostro vino come espressione di territorio, tradizione e innovazione. La nostra fiducia è riposta sia nella diplomazia internazionale – che auspichiamo possa trovare soluzioni equilibrate – sia nella forza del nostro prodotto, che continua a essere scelto da chi cerca esperienze autentiche. Lavoreremo, come sempre, per affrontare ogni cambiamento con coerenza, creatività e visione”.

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