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Con dazi USA rischio per 98% vini italiani: UIV replica all’ottimismo del ministro Lollobrigida focalizzato su prodotti premium tricolori.

UIV, con dazi USA rischio per 98% dei vini italiani. Federvini: "mantenere il dialogo"

di redazione | 12 Marzo 2025

All’ottimismo del ministro Lollobrigida sulla tenuta dei prodotti premium tricolori rispetto ai dazi annunciati da Trump, il report di Unione Italiana Vini contrappone le difficoltà per il sistema: “I vini in fascia lusso pesano solo per il 2%, quelli ‘popular’, vera ossatura dell’export, rischiano un danno di 470 milioni”. Federvini invita a cercare un confronto costruttivo.

Il danno per il vino italiano con l'ipotesi di dazi USA al 25% potrebbe essere di circa 470 milioni di euro solo per gli effetti diretti della domanda americana, senza contare quelli indiretti sull'export globale che spostano il conto a quasi 1 miliardi di euro. Unione Italiana Vini (UIV) ribadisce le preoccupazioni in un'analisi del suo Osservatorio sugli impatti delle nuove tariffe annunciate dall'amministrazione Trump per l'agricoltura europea, e definisce pericoloso l'assunto che i nostri vini - in quanto "italiani e di lusso" - non corrano rischi di ridimensionamento da parte della domanda a stelle e strisce.

Un’analisi che si contrappone all’ottimismo ostentato dal ministro per l’Agricoltura e la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida che si concentra sulla produzione italiana premium. Secondo il ministro, i prodotti italiani di alta gamma – come i vini - non subiranno particolari ripercussioni dai nuovi dazi USA poiché non facilmente sostituibili da alternative meno costose da parte dei consumatori statunitensi, che quindi continueranno a sceglierli senza creare contraccolpi.

Ma le deduzioni di UIV vanno oltre e si aprono al valore del sistema-vino italiano nel suo complesso. Secondo l'associazione, infatti, almeno l'80% del vino italiano rischia un vero e proprio salto nel buio: è quello che costituisce l'ossatura delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti e che cuba ben 2,9 milioni di ettolitri (su un totale di 3,6 milioni). Quasi 350 milioni di bottiglie di vino tricolore che sono concentrate nelle fasce "popular", equivalenti a un prezzo franco cantina di 4,18 euro/litro e che al dettaglio si trasformano in media - dopo trasporto, dazi, ricarichi alla distribuzione - in una fascia di prezzo che non supera i 13 dollari la bottiglia. Su un'altra dimensione viaggiano i vini luxury, che riguardano però una quota del 2% sul totale export a volume (8% del valore) e che possono tutto sommato essere meno soggetti a riduzioni di acquisto.

Secondo Unione Italia Vini, infatti, almeno l'80% del vino italiano rischia un vero e proprio salto nel buio: è quello che costituisce l'ossatura delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti e che cuba ben 2,9 milioni di ettolitri (su un totale di 3,6 milioni)
export vini italiani verso USA per fascia di prezzo

DAZI USA, FRESCOBALDI: "PIANO DI CONTINGENZA"

Per il presidente UIV, Lamberto Frescobaldi, "il vino italiano negli USA, che vale circa 2 miliardi di euro con una quota del 24% sul totale mondo delle nostre spedizioni, è composto da prodotti fortemente identitari che unitamente a un vincente rapporto qualità-prezzo hanno contribuito al successo del made in Italy enologico. La spina dorsale, al netto dei vini bandiera, è questa e rappresenta primariamente un posizionamento di fascia media, con possibili fluttuazioni di prezzo dettate dai dazi che espongono l'offerta a possibili migrazioni della domanda”.

Per Unione Italiana Vini è fondamentale poter agire con un “piano di contingenza” basato su 3 livelli: il primo, negoziale, volto a non inserire il vino nelle reciproche liste di prodotti soggetti a barriere commerciali; il secondo, comunitario, che metta a punto misure compensatorie e di promozione; il terzo, nazionale, che dovrà inevitabilmente affrontare il tema del contenimento produttivo.

Secondo l'Osservatorio UIV, i dati ufficiali dicono che la media di prezzo export verso gli Usa è di 5,35 euro per litro per il vino italiano; solo il 30% dei "popular" è tutto sommato allineato (5,26 euro), mentre oltre la metà è ben sotto soglia (3,53 euro). Tariffe supplementari del 25%, non gestite in equità tra le controparti, finirebbero per sbalzare questi vini sulla fascia immediatamente superiore, la "premium". In pratica il grosso delle produzioni tricolori: dal Pinot grigio al Prosecco, dal Chianti al Lambrusco, dal Moscato d'Asti ai vini siciliani, a quelli della stragrande maggioranza delle regioni italiane. Il segmento premium che oggi vale il 17% volume del totale export (con prezzo medio franco cantina di 8,80 euro/litro e price point al dettaglio variabile da 13 fino a 30 dollari la bottiglia), non sarebbe ovviamente in grado di assorbire travasi "epocali" di referenze provenienti dal basso.

FEDERVINI, "MANTENERE IL DIALOGO"

Nel frattempo anche Federvini si unisce alle associazioni europee rappresentanti i produttori di vino (CEEV) e di spiriti (spiritsEUROPE) nell’appello alle Istituzioni europee affinché vini e spiriti vengano esclusi da misure ritorsive che non hanno alcuna attinenza con le controversie commerciali in atto. L’applicazione di dazi che arriverebbero fino al 50% su prodotti quali il whiskey statunitense rischierebbe infatti di inasprire ulteriormente le tensioni commerciali tra Europa e Stati Uniti - avverte la federazione confindustriale - mettendo in pericolo migliaia di posti di lavoro e danneggiando intere filiere produttive e distributive su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Federvini auspica dunque che si possa preservare una relazione commerciale che ha dimostrato, nel tempo, di generare benefici reciproci e un forte interscambio economico. "Il settore dei liquori e cordiali italiani ha già subito, tra il 2019 ed il 2021, gli effetti dirompenti dei dazi americani - dichiara la presidente Micaela Pallini - Oggi, memori di quanto accaduto, è ancora più importante unire le forze per intensificare il dialogo con gli Stati Uniti e proteggere la competitività delle rispettive produzioni, evitando che vini e spiriti vengano usati come pedine in dispute commerciali che hanno ben poco a che vedere con le nostre filiere. Il dialogo e la collaborazione tra Europa e USA sono una chiave dalla quale non si può prescindere se si vuole guardare a un futuro di crescita condivisa".

 

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