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INTERVISTA_Rita_Babini, presidente FIVI (ph Mauro Monti)

Rita Babini (FIVI), “vignaioli e vignaiole resistono a dazi e campagne anti-alcol”

di Giambattista Marchetto | 21 Febbraio 2025

Intervista a Rita Babini, neo-presidente della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, che in settimana ha incontrato il ministro Lollobrigida. “Vignaiole e vignaioli possono reggere alla crisi, ma vanno inquadrati nel sistema vitivinicolo”.

Semplificazione burocratica, accesso ai fondi OCM e rappresentatività all’interno della filiera vitivinicola. Sono questi i tre nodi al centro dell’incontro che questa settimana ha visto faccia-a-faccia una delegazione della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, guidata dalla neo-presidente Rita Babini e il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida.

Particolare attenzione è stata dedicata alla necessità di semplificazione degli adempimenti burocratici, alla facilitazione dell’accesso delle piccole aziende alle misure dell’OCM vino e alle problematiche di rappresentatività all’interno della filiera vitivinicola.

Sono alcuni dei nodi cruciali per la tenuta di un sistema che oggi si trova esposto alle “intemperie” del mercato e alle criticità del sistema-vino. Eppure “piccolo può essere ancora bello” - come sottolinea la presidente Babini in questa intervista a Vinonews24 – tanto più in tempi di dazi e campagne anti-alcol. Il focus rimane allora sulla vigna, che attrae anche i giovani.

il nuovo Consiglio alla guida della FIVI
il nuovo Consiglio alla guida della FIVI

LA FORZA DI VIGNAIOLE E VIGNAIOLI

Rita Babini, il suo primo mandato alla presidenza è nel segno della continuità, dopo due mandati da segretaria nazionale. Eppure l’attuale scenario è complessivamente non di continuità, ma presenta molte criticità. Quali svolte cercherete e su quali nuove strade lavorerete?

“Continuità e discontinuità per noi Vignaioli non sono due poli opposti, ma un continuum sul quale si dipana da sempre il nostro lavoro. Per definizione, forse più di ogni altro settore agricolo, abbiamo i piedi nella tradizione e lo sguardo continuamente rivolto all’innovazione. Abbiamo davanti sfide enormi, su ogni fronte: in vigna, in cantina, sui mercati. Ne siamo consapevoli, e non da oggi: ogni tema che abbiamo messo sul tavolo in questi anni, dal riconoscimento giuridico della figura del Vignaiolo alla rappresentatività nei Consorzi di tutela, rappresenta un elemento strategico per il futuro non solo della nostra categoria, ma dell’intero settore vitivinicolo”.

Oggi c’è unione di intenti all’interno di Fivi?

“FIVI è composta da 1.800 soci: la dialettica interna è un elemento inevitabile, e per fortuna che c’è. D’altronde, presi singolarmente siamo tutti imprenditori molto legati al nostro lavoro e alle nostre idee, che rendiamo concrete ogni giorno e che adattiamo ai contesti in cui operiamo. FIVI è il campo da gioco in cui dobbiamo essere in grado di fare sintesi di tutte queste idee: in tanti è più complesso, ma ancora più necessario”.

Piccolo è (ancora) bello oppure si tratta di ripensare le strategie? I piccoli sono più esposti alle burrasche dei mercati e delle crisi globali?

“Piccolo è bello se il piccolo è messo nelle condizioni di lavorare. In Europa e in Italia, invece, il piccolo vignaiolo a livello burocratico viene trattato come una grande azienda imbottigliatrice. Va da sé che si crea una distorsione: se perdiamo sempre più tempo su moduli e carte, ne avremo sempre di meno non solo per coltivare bene le nostre vigne e fare buoni vini, ma anche per elaborare efficaci strategie commerciali. Il riconoscimento giuridico della figura del vignaiolo, e un suo più preciso e adeguato inquadramento nella filiera vitivinicola, è quindi la priorità assoluta. Perché è vero che il piccolo può essere potenzialmente più fragile a livello finanziario e di mercato, ma al momento la realtà ci dice una cosa diversa: sono i giganti dai piedi di argilla che stanno crollando, dopo aver contribuito a creare un sistema produttivo e commerciale inefficiente, instabile e insostenibile”.

babini_intervista_FIVI

Partiamo dai numeri. Quanto pesa oggi il mondo Fivi sul mercato del vino italiano?

“L’indagine realizzata nel 2024 con Nomisma Wine Monitor ci ha permesso di scattare una fotografia molto precisa del “modello Vignaiolo” nella filiera vitivinicola italiana. Siamo aziende di medio-piccole dimensioni (circa 10 ettari, 75 tonnellate di uva auto-prodotta per una produzione media di 38 mila bottiglie ogni anno), spesso a conduzione familiare, fortemente radicate sul territorio (soprattutto collinari e montani) e capaci di creare valore ed esternalità positive lì dove operano, con un prezzo medio a bottiglia del vino venduto che è più del doppio rispetto alla media italiana (7,7 euro contro 3,6). Aziende agricole impegnate non solo nella produzione di vino di qualità, ma nella tutela del territorio e nella conservazione del paesaggio rurale italiano. È una questione di qualità, citando un gruppo musicale di miei corregionali: su questa ci misuriamo e chiediamo di essere misurati”.

FIVI MENO ESPOSTI SU DAZI E CAMPAGNE ANTI-ALCOL

Il mercato sembra essere in attesa… quanto rischiamo con i possibili dazi di Trump?

“I dazi sono sempre una sconfitta del mercato: nessuno ha da guadagnarci, perché gli effetti negativi si vedranno non solo sulle vendite di vino, ma anche sui costi di macchinari e prodotti, in un contesto inflattivo che già ha pesato molto sui conti delle aziende, negli ultimi anni. In senso stretto, i dazi sul vino influiranno meno sui vini dei vignaioli, che non concorrono nelle fasce basse di mercato: incideranno molto di più sui vini di basso costo, ovviamente. Una ragione in più – se ancora servisse - per riflettere sulla qualità e la sostenibilità del sistema vitivinicolo italiano”.

Con il docu-reportage firmato Will avete voluto tornare al vigneto e suggerire un approccio nuovo. Quanto conta per le vignaiole e i vignaioli la consapevolezza sulla terra? Che senso ha oggi parlare di sostenibilità?

“Diciamo che con il reportage “Gradi” abbiamo voluto raccontare questa consapevolezza, che in noi non è mai mancata: in vigna ci stiamo tutti i giorni, e viviamo in prima persona gli effetti del climate change non solo sui nostri campi, ma sull’ambiente e il territorio in cui operiamo. Parlare di sostenibilità oggi ha tanto più senso quanto più si riesce a proporre soluzioni integrate, che non riguardano solo le singole aziende, ma i sistemi territoriali e le comunità: per questo con “Gradi” abbiamo cercato di parlare a un pubblico ampio, non solo agli addetti ai lavori”.

Vino e politica. Come vedete le campagne anti-alcol e anti-vino in gestazione a livello europeo?

“Lo abbiamo detto tante volte e lo ribadiamo: noi vignaioli siamo alleati del legislatore nella lotta all’abuso di sostanze alcoliche e per la promozione del consumo consapevole, non siamo degli ostacoli e non vogliamo esserlo. Ma non possiamo accettare che il nostro lavoro sia demonizzato come la causa di tutti i mali: non solo è offensivo verso un settore che, spesso quasi da solo, regge intere economie territoriali, ma è anche profondamente sbagliato e foriero di decisioni inefficaci e controproducenti. Capiamo gli obiettivi di fondo, in termini di politiche sanitarie: siamo cittadini, prima che vignaioli, non abbiamo il prosciutto sugli occhi. Ma pensare di risolvere un problema di costi e di efficienza del sistema sanitario puntando il dito contro il vino, senza risolvere problemi enormi legati ai determinati di salute nel loro complesso (a partire dalle disuguaglianze economiche), è solo un modo per trovare un capro espiatorio”.

Credete che le istituzioni nei paesi produttori di vino stiano facendo abbastanza per supportare il comparto?

“A nostro avviso non ancora a sufficienza. Non lo dico pensando solo alle risorse complessivamente investite. Lo dico perché ciò che serve è una vera e propria strategia. Ripeto ciò che diciamo da anni: è necessaria una radicale riforma del sistema vitivinicolo italiano in termini qualitativi e puntando all’equilibrio delle produzioni. Altrimenti si avranno sempre decine di milioni di ettolitri di giacenze, ogni anno, con evidenti effetti distorsivi sul mercato, a danno soprattutto di chi produce vini di qualità e di chi prova a tutelare e valorizzare davvero i territori e le denominazioni. Hai voglia dopo a proporre i dealcolati come la panacea di tutti i mali: è come provare a spegnere un incendio con un cucchiaino d’acqua”.

Vini dealcolati, qual è (se c’è) l’approccio del mondo Fivi a questo tema?

“FIVI non si oppone alla produzione di vini dealcolati. Se ci sarà domanda, l’offerta si creerà e si regolerà di conseguenza. Attenzione però: in primo luogo, non raccontiamoci ora che con i dealcolati si risolvono i problemi di mercato. Sono prodotti tecnicamente e tecnologicamente impegnativi, con un processo produttivo costoso e – ricordiamolo sempre – estremamente energivoro. Produzioni dalle caratteristiche inevitabilmente industriali, quindi, non certo accessibili a chi ha sempre orientato la propria produzione su sostenibilità e qualità, come i vignaioli. Ci vedo tanto “health washing”: ma se poi si dicesse che per sostenere l’assenza di alcol, queste bevande vanno corrette con zuccheri e additivi, forse anche questa motivazione “salutistica” si mostrerebbe fragile. Noi chiediamo quindi molta cautela, e soprattutto molta chiarezza: per questo siamo contrari all’apertura ai dealcolati nelle Denominazioni e all’inclusione nelle misure di sostegno OCM anche di questi prodotti”.

ENOTURISMO DA VALORIZZARE SBUROCRATIZZANDOLO

In un processo che vede i giovani abbandonare lo scaffale e piuttosto affollare le cantine, i Fivi sono in pole position? L’incontro con vignaiole e vignaioli diventa cruciale per una nuova esperienza del vino?

“Io credo che il vino sia un prodotto straordinario perché si presta a tante diverse occasioni di consumo, a tanti diversi approcci. Va da sé che per i vini dei Vignaioli, la conoscenza diretta del produttore e del territorio di origine è un valore aggiunto importante, per il consumatore attento. Non è un caso che oltre l’80% dei nostri 1.800 soci offra servizi per gli enoturisti, con ricavi derivanti dai servizi enoturistici che incidono per il 23% sul fatturato complessivo. Inoltre, il 46% dei turisti che annualmente visitano le nostre aziende sono di origine straniera: un veicolo di promozione territoriale “a km zero”, che è importante riconoscere e sostenere. E anche nell’ottica del consumo responsabile, l’incontro con i produttori, in vigna e in cantina, contribuisce a trasmettere cultura e consapevolezza”.

Avete progetti dedicati con focus enoturismo?

“Dal 2019 abbiamo investito sull’app FIVI, sulla quale gli enoturisti, di corto e lungo raggio, possono trovare le schede aziendali dei nostri soci, opportunamente geolocalizzate. E con “Il Sabato del Vignaiolo”, che torna quest’anno il 10 maggio in tante regioni italiane, promuoviamo la conoscenza diretta dei vignaioli, sul territorio, lì dove operiamo e lavoriamo ogni giorno. A livello normativo, considerato anche il frangente storico che sta attraversando il settore, riteniamo cruciale che le istituzioni prevedano da un lato semplificazione e sburocratizzazione, dall’altro un sostegno alle attività enoturistiche anche per le singole aziende agricole, con una priorità per quelle verticali, che di fatto garantiscono al consumatore un'esperienza completa, mostrando tutte le fasi del ciclo di produzione”.

 

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