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EVO in Siena, l'evento sull'olivicoltura Toscana e nazionale

Olivicoltura italiana, le sfide di un settore dalle potenzialità ancora inespresse

di Eugenia Torelli | 7 Gennaio 2025

Dalla prima edizione di EVO in Siena, una serie di spunti che quest’anno la filiera dovrà tenere a mente, per proseguire il percorso di sviluppo di un settore importante della nostra agricoltura.

Olivicoltura, da una parte la necessità di recuperare e curare un patrimonio di oliveti storici e di collina, senza i quali i territori sarebbero privati di presenza e di un elemento paesaggistico importante, dall’altra l’esigenza di spingere la realizzazione di nuovi impianti meccanizzabili, in grado di aumentare produzione e redditività intensiva. Sembra una duplice sfida, quella che si pone di fronte alla produzione olivicola italiana, ma in realtà se ne aggiungono molte altre, come il graduale rinnovamento tecnologico dei frantoi, una maggior specializzazione per chi coltiva e, a seguire, i nodi cruciali della disponibilità di forza lavoro e della redditività del prodotto, fino all’atto finale a fine filiera, quello di rendere il consumatore più consapevole e anche il prodotto più comprensibile dal punto di vista legislativo.

Sono i temi su cui si è concentrata la prima edizione di EVO in Siena, un evento interamente dedicato all’olio extravergine d’oliva della Toscana di alta qualità, alle Dop Terre di Siena, Chianti Classico, Seggiano, Lucca e alla Igp Toscano, promosso dall’Unione Provinciale Agricoltori di Siena con il patrocinio e contributo del Comune di Siena. Un appuntamento che ha lasciato molti spunti, tanto per la filiera quanto per la politica, per iniziare il 2025 pensando al potenziamento del settore olivicolo, oltre che toscano, anche nazionale.

OLIVICOLTURA, PANORAMA MULTIFORME IN ITALIA

È pari a 1 milione e 135mila ettari la superficie olivicola nazionale. Le elaborazioni Ismea su dati Istat (2023) parlano di un comparto che vede sul podio produttivo la Puglia con il 32% delle superfici (oltre 342mila ha), seguita da Calabria (16%, oltre 184mila ha) e Sicilia (14%, oltre 176mila ha). Al quarto posto la Toscana con più di 87mila ettari (8%) e al quinto il Lazio con oltre 82mila ha (7%), poi Campania, Abruzzo, Sardegna, Umbria, Basilicata, Liguria, Molise, Marche, Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia. “Ogni territorio italiano è estremamente diverso dall’altro e ci sono un insieme estremamente complesso di variabili che incidono sulla produzione di olio d’oliva”, ricorda Gennaro Gilberti, agronomo responsabile produzioni agricole e zootecniche della Regione Toscana.

Anche a livello societario il panorama si presenta estremamente frammentato, con il 61% delle aziende possiede meno di un ettaro di oliveto, mentre le superfici coltivate superiori a 5 ettari sono in mano a solo il 6% delle aziende, che possiedono complessivamente il 45,1% della superficie nazionale (elaborazioni Ismea e Crea su dati Sian).

un vigneto terrazzato dell'azienda Podere del Pari, in provincia di Pisa (credits Podere del Pari)
un vigneto terrazzato dell'azienda Podere del Pari, in provincia di Pisa (credits Podere del Pari)

TANTI TIPI DI OLIVICOLTURA, L’ESEMPIO DELLA TOSCANA

Stringendo l’obiettivo sulla Toscana, la stessa definizione di olivicoltura, richiede delle specifiche. Come sottolinea Gennaro Giliberti, c’è un’olivicoltura “marginale”, che riguarda circa il 30% dell’oliveto regionale. Si tratta di quei terreni con pendenze superiori al 25% e terrazzamenti, spesso in stato di abbandono o semi-abbandono, che rappresenta per l’ambiente un baluardo, oltre che paesaggistico, anche di cura del territorio, importantissima da un punto di vista della difesa idrogeologica. Il 60% della superficie olivicola è invece occupato dalla olivicoltura “tradizionale”, ovvero quella con pendenze tra il 10 e il 25% e una densità inferiore alle 250 piante per ettaro, in gran parte olivi piantati dopo il 1985, mentre solo la restante parte è riservata all’olivicoltura “semi intensiva” e “intensiva”, impianti cioè meccanizzabili di oltre 250 p/ha, su pendenze inferiori.

Una situazione che, è facile immaginarlo, con diverse combinazioni di percentuali potrebbe descrivere la situazione anche in altre regioni italiane.

olive appena raccolte all'azienda Le Capanne di Gabriele Mazzeschi (credits Gabriele Mazzeschi)
olive appena raccolte all'azienda Le Capanne di Gabriele Mazzeschi (credits Gabriele Mazzeschi)

FORZE, DEBOLEZZE E SFIDE PER LA PRODUZIONE

Quello che si delinea è uno scenario che presenta moltissimi limiti, ma anche vantaggi. Ne sono un esempio la forte vocazione alla produzione di moltissimi territori e l’elevata potenzialità di differenziazione delle produzioni per varietà, modalità produttive e qualità del prodotto che, nel caso delle dop toscane e nazionali, gode di un’ottima immagine presso il consumatore nazionale e internazionale. La biodiversità e la ricchezza di cultivar è indiscussa, così come anche l’elevato valore paesaggistico, storico e culturale dell’olivo.

Sul fronte delle debolezze la frammentazione evidenzia ancora di più la diffusione di un’olivicoltura non imprenditoriale ma, anzi, spesso famigliare e di sussistenza, oltre a ridotte dimensioni delle aziende, che spesso faticano a sostenere costi e investimenti. Dal punto di vista della materia umana ci si mettono lo scarso ricambio generazionale e la difficoltà nel reperire manodopera, mentre da un punto di vista produttivo, sottolinea Giliberti, “la forte diffusione dell’olivicoltura tradizionale comporta spesso oliveti obsoleti, poco produttivi, con sesti d’impianto irregolari o con scarsa densità di piante, poco o affatto irrigati e poco o per nulla meccanizzabili”. Produttività e redditività quindi ridotte. Proprio per questo secondo l’agronomo tra le sfide che si rendono indispensabili ci sono la realizzazione di nuovi impianti o reimpianti mirati, oltre a una forte spinta di ricerca e sperimentazione in ambito genetico e fitoiatrico, mentre, parallelamente, bisogna spingere il recupero e la cura degli oliveti di valenza ambientale e paesaggistica. L’ammodernamento tecnologico dev’essere promosso anche per i frantoi, così come una maggior aggregazione e un miglior coordinamento dell’offerta, in un sistema fatto di tanta frammentazione e piccole produzioni.

La situazione non è nuova. Come sottolinea Aleandro Ottanelli, dell’Università di Firenze, le stesse congiunture e necessità erano già indicate negli anni Sessanta da Alessandro Morettini nel suo testo “Olivicoltura”. Un ritardo che ci penalizza: “nel frattempo – dice Ottanelli - gli altri paesi produttori stranieri stanno correndo per andare a posizionarsi su quei mercati in cui il prezzo non è un problema”.

Un’altra sfida riguarda poi il lato comunicativo e promozionale. Ad oggi il sistema di etichettatura dell’olio d’oliva e dell’olio EVO risultano ancora poco chiari per il consumatore. Secondo dati Ismea, oltre il 90% dei consumatori dichiara di consumare olio italiano (sempre secondo Ismea siamo il primo importatore mondiale), mentre il 10% reputa ancora che non ci siano differenze tra olio d’oliva ed EVO. Spesso il criterio di scelta per chi cerca un olio EVO di qualità diventa così il prezzo, una situazione più influenzata dalle dinamiche di scaffale e di promozione della gdo che da una reale trasparenza e chiarezza di informazioni.

il sottosegretario di Stato del Masaf, Patrizio Giacomo La Pietra
il sottosegretario di Stato del Masaf, Patrizio Giacomo La Pietra

LE RISPOSTE DELLA POLITICA

Proprio in occasione di EVO in Siena, il sottosegretario di Stato del Masaf, Patrizio Giacomo La Pietra, ha annunciato la “creazione ufficiale di un tavolo pe la filiera olivicola, che non era mai stato ufficializzato nel Ministero dell’Agricoltura. La prima convocazione – ha dichiarato La Pietra - sarà per presentare una bozza di piano olivicolo nazionale 2025-2030 e lo presenterà la politica. L’ultimo, quello del 2016, era stato elaborato dai tecnici. Quest’anno vogliamo partire da un piano di filiera che metta insieme politici e tecnici”.

L’obiettivo sottolineato dal sottosegretario è quello di lavorare su una strategia di valorizzazione del prodotto e sulla promozione di una maggior consapevolezza da parte del consumatore, incluso il ragionamento sulla chiarezza dell’etichetta. Non manca il fronte produttivo. “Abbiamo bisogno di nuovi impianti che permettano di arrivare a un bilanciamento tra rendita e produzione. Impianti che devono avere come riferimento le cultivar italiane, dobbiamo garantire questa biodiversità. Ma senza pregiudiziali verso quelle che sono coltivazioni intensive”, ha detto La Pietra. Riguardo il recupero degli oliveti abbandonati, “non reggono la concorrenza, ma dobbiamo fare un ragionamento insieme, per coniugare l’aspetto agricolo e quello ambientale e paesaggistico”, ha aggiunto. A questo si aggiunge l’intento di trovare dei meccanismi virtuosi in grado di diminuire la parcellizzazione eccessiva che caratterizza il territorio.

Proprio su quest’ultimo punto una proposta arriva dalla vicepresidente della Regione Toscana, Stefania Saccardi: “Abbiamo attivato un contributo di 50mila euro per chi unisce le forze per prendersi cura delle superfici boschive – ha detto - Si potrebbe provare a pensare a qualcosa di simile per i vecchi oliveti abbandonati”.

I presupposti ci sono, le consapevolezze anche – non solo dei tecnici ma anche della politica – non resta che mettersi al lavoro su un settore le cui potenzialità restano in gran parte inespresse e che potrebbe giocare un ruolo molto più centrale nell’agricoltura italiana.


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