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Abrigo Giovanni, dove Barolo e dolcetto sono questione di famiglia

di Lucia Immacolata Migliaccio | 23 Dicembre 2024

Assaggi dall’azienda in Langa che ha mantenuto l'assetto familiare degli Abrigo e che produce vini prima di tutto guardando alla propria storia.

In Piemonte, le Langhe sono un mosaico naturale di straordinaria complessità e bellezza. Osservarne il territorio significa perdersi in un panorama unico in cui colori, forme, esposizioni, climi e terreni mutano in maniera sorprendente anche a breve distanza. Questo spettacolo visivo è il risultato di sfumature che si intrecciano e si diversificano, componendo un quadro di ineguagliabile ricchezza geologica e paesaggistica.

La straordinaria diversità delle Langhe è il frutto di una storia geologica millenaria. Le epoche hanno scolpito queste colline, lasciando tracce indelebili nei loro confini e accumulando strati di terre, argille e sabbie, ognuno dei quali racconta una tappa di trasformazione ed evoluzione. Ogni particella di questo suolo è custode della memoria di processi che hanno plasmato un paesaggio davvero unico al mondo.

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i vigneti dell'azienda Abrigo Giovanni

Negli anni Settanta le Langhe erano lontane anni luce dall’aura di luogo di pellegrinaggio mistico enoico, ma erano il posto per la piccola fuga domenicale e si bevevano la barbera e il dolcetto, talvolta la freisa, mai il Barolo.

E quando nessuno degli emergenti opinion leader, così impegnati a scoprire, a celebrare e a divulgare vini bordeaux-style, degnava di uno sguardo il Barolo, i langaroli avviavano un’ascesa di portata tale da far diventare le Langhe oggetto di culto. Oggi l’identità multiforme di questa terra è ben rappresentata dai produttori.

LA SPINTA FAMILIARE IN ABRIGO GIOVANNI

A Diano d’Alba, la cantina Abrigo Giovanni è nata alla fine degli anni Sessanta, precisamente nel 1968, quando nonno Giovanni decise di acquistare dei terreni per avviare un’azienda agricola.

“All’inizio – ricorda Giulio Abrigo - avevamo anche un allevamento di bovini di razza Piemontese, poi maiali, pecore, capre, galline, tutti animali venivano utilizzati nell’economia di famiglia. Avevamo poi una parte di noccioleto e una di vigneto con un impianto esclusivamente di dolcetto, il nostro vitigno del cuore. Parliamo di un inizio e non si vendeva vino, ma soltanto tanta uva, perché le famiglie della zona amavano farsi il vino in casa. Quindi la nostra azienda nasce come produttrice di uva dolcetto, poi i nonni iniziarono a fare vino in famiglia, produzione che è diventata sempre più importante negli anni. Oggi, gli impianti di dolcetto sono rimasti gli stessi di allora, sono i terreni più vocati, perché questo è un vitigno molto selettivo rispetto all’ambiente. I miei genitori hanno poi sviluppato la parte in bottiglia e al dolcetto hanno affiancato nebbiolo, barbera e favorita”.

Oggi i 15 ettari vitati sono suddivisi tra Diano d'Alba, Grinzane Cavour, Roddi e Novello in località Ravera.

“Facciamo il vino pensando a noi prima che agli altri – aggiunge Giulio - siamo coerenti con il vitigno, con l’annata e con il territorio. Non si può prendere una ricetta esterna e farla andare bene su misura per noi. La ricetta è la nostra e questa è la condito dalla trasparenza che vogliamo dare. La mano del produttore, quella che viene definita stile, anche se il produttore non interviene in maniera importante, è sempre da preservare”.

Sostanzialmente l’azienda oggi è a conduzione familiare, ogni membro ha un ruolo ben preciso e decisivo ma tutti insieme formano una grande squadra. Giulio si occupa della parte commerciale, il fratello Sergio è l’enologo dell’azienda con il supporto del collega e amico Luca, oltre che di mamma Paola e papà Giorgio, entrambi agrotecnici. Infine c’è nonna Maria, fulcro dell’azienda e maestra d’accoglienza. Mani, braccia, menti e sguardi con tanta passione dentro che non si riesce a raccontare pienamente.

NOTE DI DEGUSTAZIONE

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Ravera Barolo Docg

Uvaggio: 100% nebbiolo
Vinificazione: diraspatura e fermentazione alcolica in acciaio con rimontaggi e delestage. Il 50% della massa svolge una lunga macerazione post-fermentativa a cappello sommerso. Svinatura e fermentazione malolattica spontanea in acciaio. Affinamento 38 mesi, di cui 18 in botti di rovere da 10 hl e piccola percentuale di tonneaux. Successivo periodo di assemblaggio in acciaio e imbottigliamento. Affinamento in bottiglia per minimo sei mesi prima della messa in commercio.

2015

Granato intenso. Elegante, preciso e misurato. Racconta di spezie scure, frutta in confettura, china, viola e petali di rosa essiccata, sottobosco, grafite. Ben definito, al palato rivela sostanza e freschezza, con sapidità e tannino composto.

2017

Granato vivido, all’olfatto distintivi ricordi di fragola e violetta, spalleggiati da una diffusa balsamicità che va da sensazioni di resina e aghi di pino a un netto afrore di menta. Al palato si sviluppa in maniera precisa e armoniosa con chiusura lunga.

2018

Granato lucente, si distingue al naso per una maggiore presenza vegetale che conferisce leggiadria ai consueti afrori di fragolina. Poi ginepro e prolungate quanto precise scie balsamiche. E’ un piacere verificare che al palato non è affatto da meno: fine, di grande equilibrio.

2019

Granato tenue e riflettente. Svela al naso spezie fresche, ribes, liquirizia. È un naso fiero e classico, dal tono perentorio e senza fronzoli. Al palato non tradisce la vigna e si presenta grintoso e deciso pur con equilibrio e ottima finezza tannica, chiudendo preciso e persistente.

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