
In Piemonte, le Langhe sono un mosaico naturale di straordinaria complessità e bellezza. Osservarne il territorio significa perdersi in un panorama unico in cui colori, forme, esposizioni, climi e terreni mutano in maniera sorprendente anche a breve distanza. Questo spettacolo visivo è il risultato di sfumature che si intrecciano e si diversificano, componendo un quadro di ineguagliabile ricchezza geologica e paesaggistica.
La straordinaria diversità delle Langhe è il frutto di una storia geologica millenaria. Le epoche hanno scolpito queste colline, lasciando tracce indelebili nei loro confini e accumulando strati di terre, argille e sabbie, ognuno dei quali racconta una tappa di trasformazione ed evoluzione. Ogni particella di questo suolo è custode della memoria di processi che hanno plasmato un paesaggio davvero unico al mondo.

Negli anni Settanta le Langhe erano lontane anni luce dall’aura di luogo di pellegrinaggio mistico enoico, ma erano il posto per la piccola fuga domenicale e si bevevano la barbera e il dolcetto, talvolta la freisa, mai il Barolo.
E quando nessuno degli emergenti opinion leader, così impegnati a scoprire, a celebrare e a divulgare vini bordeaux-style, degnava di uno sguardo il Barolo, i langaroli avviavano un’ascesa di portata tale da far diventare le Langhe oggetto di culto. Oggi l’identità multiforme di questa terra è ben rappresentata dai produttori.
A Diano d’Alba, la cantina Abrigo Giovanni è nata alla fine degli anni Sessanta, precisamente nel 1968, quando nonno Giovanni decise di acquistare dei terreni per avviare un’azienda agricola.
“All’inizio – ricorda Giulio Abrigo - avevamo anche un allevamento di bovini di razza Piemontese, poi maiali, pecore, capre, galline, tutti animali venivano utilizzati nell’economia di famiglia. Avevamo poi una parte di noccioleto e una di vigneto con un impianto esclusivamente di dolcetto, il nostro vitigno del cuore. Parliamo di un inizio e non si vendeva vino, ma soltanto tanta uva, perché le famiglie della zona amavano farsi il vino in casa. Quindi la nostra azienda nasce come produttrice di uva dolcetto, poi i nonni iniziarono a fare vino in famiglia, produzione che è diventata sempre più importante negli anni. Oggi, gli impianti di dolcetto sono rimasti gli stessi di allora, sono i terreni più vocati, perché questo è un vitigno molto selettivo rispetto all’ambiente. I miei genitori hanno poi sviluppato la parte in bottiglia e al dolcetto hanno affiancato nebbiolo, barbera e favorita”.
Oggi i 15 ettari vitati sono suddivisi tra Diano d'Alba, Grinzane Cavour, Roddi e Novello in località Ravera.
“Facciamo il vino pensando a noi prima che agli altri – aggiunge Giulio - siamo coerenti con il vitigno, con l’annata e con il territorio. Non si può prendere una ricetta esterna e farla andare bene su misura per noi. La ricetta è la nostra e questa è la condito dalla trasparenza che vogliamo dare. La mano del produttore, quella che viene definita stile, anche se il produttore non interviene in maniera importante, è sempre da preservare”.
Sostanzialmente l’azienda oggi è a conduzione familiare, ogni membro ha un ruolo ben preciso e decisivo ma tutti insieme formano una grande squadra. Giulio si occupa della parte commerciale, il fratello Sergio è l’enologo dell’azienda con il supporto del collega e amico Luca, oltre che di mamma Paola e papà Giorgio, entrambi agrotecnici. Infine c’è nonna Maria, fulcro dell’azienda e maestra d’accoglienza. Mani, braccia, menti e sguardi con tanta passione dentro che non si riesce a raccontare pienamente.

Uvaggio: 100% nebbiolo
Vinificazione: diraspatura e fermentazione alcolica in acciaio con rimontaggi e delestage. Il 50% della massa svolge una lunga macerazione post-fermentativa a cappello sommerso. Svinatura e fermentazione malolattica spontanea in acciaio. Affinamento 38 mesi, di cui 18 in botti di rovere da 10 hl e piccola percentuale di tonneaux. Successivo periodo di assemblaggio in acciaio e imbottigliamento. Affinamento in bottiglia per minimo sei mesi prima della messa in commercio.
2015
Granato intenso. Elegante, preciso e misurato. Racconta di spezie scure, frutta in confettura, china, viola e petali di rosa essiccata, sottobosco, grafite. Ben definito, al palato rivela sostanza e freschezza, con sapidità e tannino composto.
2017
Granato vivido, all’olfatto distintivi ricordi di fragola e violetta, spalleggiati da una diffusa balsamicità che va da sensazioni di resina e aghi di pino a un netto afrore di menta. Al palato si sviluppa in maniera precisa e armoniosa con chiusura lunga.
2018
Granato lucente, si distingue al naso per una maggiore presenza vegetale che conferisce leggiadria ai consueti afrori di fragolina. Poi ginepro e prolungate quanto precise scie balsamiche. E’ un piacere verificare che al palato non è affatto da meno: fine, di grande equilibrio.
2019
Granato tenue e riflettente. Svela al naso spezie fresche, ribes, liquirizia. È un naso fiero e classico, dal tono perentorio e senza fronzoli. Al palato non tradisce la vigna e si presenta grintoso e deciso pur con equilibrio e ottima finezza tannica, chiudendo preciso e persistente.
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