
Fa capolino, continuamente, in ogni sciara o pianta di agave cresciuta lungo la strada. Nel paesaggio lunare dell’Alcantara così come in quel suo fumare, denso e continuo. Stratificazione di popoli e di paesaggi, che dai tempi della Magna Grecia accoglie uomini alla ricerca di una stanzialità mai così precaria come su queste pendici.
È Lei, l’Etna, la cui denominazione cerca oggi la sua consacrazione tra i fine wine italiani, forte di una produzione identitaria e di un nuovo approccio ai mercati, all’insegna della premiumizzazione. Un rilancio economico, che è ancor prima sociale, guidato da un Consorzio che fa della consapevolezza la sua bussola, un necessario freno all’entusiasmo che si respira oggi da queste parti. A giustificarlo ci siano indicatori economici e produttivi, stabilmente in territorio positivo.
Evocativa di una tradizione vitivinicola nata secoli fa, forte di un terroir dal nome altisonante, negli ultimi venti anni l’Etna Doc ha saputo gettare basi che offrono oggi una nuova prospettiva a un territorio come tanti altri alla ricerca di riscatto. E se di futuro si parla, nel nostro caso dell’Etna, allora è giusto che il simbolo di questa fase siano i tanti giovani che stanno investendo sul territorio, costruendo cantine e impiantando vigneti.
Da qui hanno origine quel carricante e nerello mascalese che sono le basi ampelografiche di un vigneto articolato e delle (fortunatamente) poche tipologie previste dal disciplinare, dove la libertà di assemblaggio rischia di portare con sé anche una varietà stilistica complicata da gestire.
Il risultato sono vini dei quali abbiamo apprezzato i tratti mediterranei e la gestione tecnica. Un po’ meno gli angoli, talvolta acuti. Forme nel bicchiere che comunque piacciono, se è vero che la denominazione sta crescendo, negli ettari, nei volumi, nei prezzi. Di questo va dato merito al Consorzio, capace negli anni di intervenire con policies adeguate allo sviluppo dell’Etna Doc, oggi tra i simboli più compiuti dell’ennesima new wave del vino italiano.

Accanto all’Etna da bere, c’è poi un’Etna da visitare. È chiara la declinazione turistica della zona, dove la montagna è solo una tappa di un viaggio più ampio, che da Taormina conduce fino al Barocco di Noto, senza scordare il buono che nel piatto - e nel bicchiere – la Sicilia ha da offrire. Da qui la necessità di interconnettere questi luoghi, nella comunicazione come nella logistica, affinché la proposta turistica sia abbastanza forte da competere in quei mercati cui l’Etna si rivolge. Ma anche la responsabilità di curare gli spazi, che nel coinvolgere istituzioni e operatori economici non può prescindere da chi, quei luoghi, li vive tutti i giorni.
Ma nonostante i ritardi, in bottiglia come altrove, la prospettiva sembra incardinata sul concetto di crescita, purché misurata. È evidente, infatti, l’attenzione posta a uno sviluppo sostenibile della denominazione, i cui ristretti numeri impongono di tutelare la marginalità di ogni singola bottiglia. Quindi ben vengano nuovi impianti, basta non siano troppi. E ben venga anche la Docg, un italico vezzo, talvolta capestro.
Il doppio della media nazionale. Basta questo dato a sintetizzare la capacità dell’Etna di attrarre le generazioni più giovani, segnatamente gli under41, che qui dirigono circa un quinto delle aziende vitivinicole, a fronte di una media italiana ferma al 10%. Un ‘ritorno alle origini’ che ha conosciuto peraltro un’accelerazione nell’ultimo triennio, nel corso del quale sono nate 89 cantine gestite da questa nuova classe imprenditoriale.
“I giovani hanno ripreso a coltivare gli appezzamenti di vigna dei propri nonni – ha detto il direttore del Consorzio, Maurizio Lunetta – in una sorta di salto generazionale che permette di garantire lavoro a sé stessi e a una manodopera molto numerosa. Siamo orgogliosi di contribuire nel nostro piccolo a frenare l’abbandono dell'Isola da parte delle nuove generazioni”.
La crescita ha interessato anche il vigneto iscritto alla denominazione, cresciuto del 70% negli ultimi 10 anni e pari oggi a 1.500 ettari, il 60% dei quali gestiti in regime biologico. A curarlo sono 445 aziende, 163 delle quali anche imbottigliatrici, distribuite su 4 versanti, 20 comuni e 133 contrade. Filiera questa ampiamente rappresentata nel Consorzio, che conta 220 aziende associate, 207 delle quali anche imbottigliatrici, che producono oltre il 90% dei circa 6 milioni di bottiglie Etna Doc (10 anni fa erano 1,5milioni).
Circa 200mila le presenze enoturistiche annuali, per 2/3 straniere, che generano 123 milioni di euro di controvalore assoluto e una remunerazione per ogni bottiglia venduta sul territorio di 82 euro. Una frontiera economica ormai centrale, che oggi vede circa il 60% delle cantine locali aprirsi a tour e degustazioni guidate, con un 15-20% che ha investito anche su strutture dedite all’accoglienza e alla ristorazione.

Sei bottiglie su dieci di Etna Doc prodotte sono vendute all’estero; innanzitutto negli Stati Uniti, seguiti da Canada, Svizzera e Regno Unito. Ed è sul mercato americano che si è concentrata una ricerca dell’Osservatorio UIV su base SipSource, relativa a posizionamento e performance economiche della denominazione. Con riferimento al primo semestre del 2024, la piattaforma americana che misura le vendite (e dunque i consumi nel breve termine) delle bevande presenti in 3/4 degli esercizi commerciali statunitensi non ha registrato variazioni significative dei volumi di Etna Doc (-0,2%), a fronte del contestuale calo (-6,4%) che ha pesato sui vini italiani.
Centralità del mercato oltreoceano confermata dal confronto tra l’Etna Doc e le altre denominazioni dell’isola; a fronte di un imbottigliato pari al 6% del totale siciliano, i vini a denominazione etnei coprono il 28% dei volumi ivi esportati. Una quota che, a valore, sale fino al 45%, per effetto di un prezzo medio al pubblico di 26 dollari al litro, tre volte quello medio del vino DO siciliano.

(Alta) remunerazione interpretabile come buona reputazione, tanto che secondo Carlo Flamini, responsabile Osservatorio UIV non è casuale che “mentre i vini italiani vedono un forte sbilanciamento dei consumi sulla parte retail (grande distribuzione, liquor store), che assorbe il 77% del totale, i vini etnei trovano come primo canale di consumo l’on-premise (ristoranti, bar, alberghi), con una quota sul totale del 62%, di 10 punti superiore alla Doc Sicilia e quasi tripla rispetto all’offerta tricolore”. Il tutto per un posizionamento medio-alto dei prezzi dell’Etna Doc, con il 63% delle vendite ricompreso nella fascia premium (15-25 dollari/bottiglia), il 34% nella fascia super-premium (25-50 dollari) e il restante 3-4% nella fascia luxury, ovvero sopra i 50 dollari/bottiglia.
Secondo Francesco Cambria, presidente del Consorzio Etna Doc “Le premesse per un 2024 difficile c’erano tutte: una vendemmia a -42,5% con conseguente calo nel semestre del prodotto imbottigliato (-5%); un rallentamento globale dei consumi e in particolare negli Stati Uniti, nostro principale mercato di sbocco. Invece nel primo semestre la denominazione ha tenuto e si è consolidata. Merito della qualità raggiunta dai nostri produttori ma anche di un corretto posizionamento di mercato negli Usa, in particolare nei canali del fuori casa che continuano a crescere”.

Approvato nel 1968, il disciplinare dell’Etna è il più vecchio di tutta l’Isola e uno dei primi ad entrare in vigore a livello nazionale. Al suo interno sono previste sei tipologie – Bianco, Bianco Superiore (riservata ai vini bianchi prodotti da uve prodotte nel Comune di Milo), Rosso, Rosso Riserva, Rosato e Spumante (nelle tipologie bianco e rosato), per la quale è prevista solamente una rifermentazione in bottiglia di almeno 18 mesi. Le percentuali minime dell’uvaggio prevalente variano dal 60% all’80%, con integrazioni che pescano dalla lista dei vitigni autorizzati dalla Regione Sicilia.
La base ampelografica è rappresentata dal Carricante e dal Nerello Mascalese (che deve il suo nome alla Contea di Mascali, probabile centro di origine o diffusione del medesimo), cui si sommano il Catarratto e il Nerello Cappuccio (o Mantellato). La produzione, esclusa nel versante orientale, è consentita lungo la fascia mediana delle sponde del cratere.
Ormai parte integrante di tutti i disciplinari, l’art. 9, dedicato al legame tra vino e territorio, ci rivela come circa l’80% dei vigneti insistono ‘su suoli bruni andici e suoli bruni liscivati di origine vulcanica […] tali suoli sono generalmente sciolti, ricchi di scheletro e quindi con ottima permeabilità, ricchi di microelementi e potassio assimilabile e, mediamente forniti o poveri, di azoto e fosforo assimilabile”.
Lo stesso articolo richiama la storicità del distretto etneo per quanto riguarda l’agricoltura, con comunità agricole ivi stanziate fin dal Neolitico, e la viticoltura, per effetto della colonizzazione greca avvenuta nel 729 a.C. Attraversando i secoli, e le varie citazioni fatte da personalità quali Teocrito, Fazello e G. Gregorio, si arriva alla seconda metà del XIX secolo, quando la provincia di Catania contava oltre 90.000 ettari vitati, poi diventati 40mila a causa dell’invasione fillosserica.
Ascolta l’intervista integrale al presidente del Consorzio sul podcast di VinoNews24
Nei loro tratti generali gli assaggi rivelano vini dalla decisa componente minerale, con il nerbo agrumato che segna indifferentemente i bianchi quanto i rossi. Non scomodano nel bicchiere le spigolature oggi evidenti, doveroso tributo all’idea di domani che molti vini sembrano cullare. Chiari e gustosi i riferimenti nel bicchiere al vicino Mediterraneo, che arricchiscono un portfolio aromatico di buona consistenza. Vini di media lunghezza e grande vitalità, talvolta scarnita, che lasciano la sensazione di una materia ancora non pienamente svolta nel bicchiere.
Più accomodanti i vini bianchi, con il carricante capace di farsi apprezzare per la freschezza insita in tanti campioni. A tratti ancora acerbo, diventa piacevole quando le (delicate) note floreali e fruttate acquistano spessore, riequilibrando un sorso di medi volumi e molto dinamismo.
Di animo più cupo il nerello mascalese, le cui tonalità verdi e minerali spesso salgono di registro, lasciando intravedere sprazzi di longevità, a condizione di ritrovare un equilibrio nel bicchiere oggi non sempre presente. Basato sull’incontro tra piccola frutta e balsamicità, il sorso si fa apprezzare per la vitalità e l’alcool ben contenuto.
Al-Cantàra ‘Luci Luci’ 2021
Naso affumicato e vegetale, tra pesca bianca croccante e scorza di limone. Al palato volume e una salinità diffusa e gradevole, l’acidità sostiene il sorso fino a sfumare in sensazioni sulfuree e fumé.
Azienda Agricola Vita Nova ‘Maria Josè’ 2022
Composta di pere e vaniglia, uno sbuffetto di fuliggine, timo lieve. Il palato, al contrario del naso, non è morbido. È invece intensamente salato e fresco, stimola le papille gustative, lasciando un finale affumicato e ricordi di scorza di lime.
Benanti Viticoltori ‘Contrada Cavaliere Bianco’ 2022
Bouquet di pesca bianca delicata, santoreggia e limone grigliato. Un sorso polposo e compatto e un finale che chiama l’agrume, tra il fruttato e l’affumicato.
Carranco ‘Villa dei Baroni’ 2022
Al naso erbe affumicate, note sulfuree e di frutto acidulo. Palato pieno e fresco, appena salato, con sensazioni amaricanti di albedo e balsamiche di erba san pietro, finale di scorza di lime affumicata.
Girolamo Russo ‘Nerina’ 2023
Naso di mela quasi ammaccata, erbe aromatiche, uno sbuffo fumé. Sorso carnoso, acidità e ritorni di frutto maturo, una mela golden, poi sapidità diffusa e un finale affumicato che dura a lungo assieme alla salinità. Nessuna potenza, ma il calibrato risultato di tutte le componenti.
La Gelsomina 2022
Accenni sulfurei, uva spina e limone alla brace. Palato succoso e salato, intensamente sapido, secco e che allunga su un finale calcareo.
Murgo 2023
Un’eco continua eco di note pepose e vegetali, per un vino morbido e dall’alcol ben misurato. Persistente e risolto nei suoi equilibri. Godibile la frutta integra, affascinante il finale.
Palmento Costanzo ‘Contrada Santo Spirito’ 2022
Un crogiolo di frutta e fiori espressivi nel bicchiere. Talmente goloso da apparire erotico nelle sue forme. Segnato da una nota medicinale nel sottofondo, mostra un finale incredibilmente pulito.
Raiti Emanuela ‘Quantico’ 2018
Fuori dagli schemi con il suo naso di frutta matura e le note di idrocarburi e mediterraneo. Nel finale perde il suo vigore, incontrando note di tabacco e pepe bianco che si spingono fino alla genziana.
Tenuta Masseria Setteporte ‘N’Ettaro Bianco’ 2023
Animoso, di sorso non facile, richiama panorami mediorientali. Vegetale, dai fiori appassiti, una versione quasi boomer, ma con un occhio al futuro.
Tenute Mannino 2023
Nutre un sentimento amaricante, circondandolo di affetto e frutta gialla. Godibili i fiori secchi che si rivelano nel centro bocca. Educato nel finale, se ne apprezza una lieve ossidazione.
Teresa Eccher ‘Alizée’ 2022
Un’opzione convincente per gli indecisi del calice. Fatto bene, polpa gialla e frutto ben espressivo. Senza particolari ghirigori mostra equilibrio, ampiezza e un finale consistente.
Tornatore 2023
Un naso rotondo e ruffiano anticipa un corpo fatto di frutto e polpa. Note balsamiche accompagnano un sorso disteso ma teso, di una buona lunghezza a tratti amaricante.
Vivera 2023
Anima mediterranea al sapore di rosmarino, che accompagna un vino ben fatto ed espressivo. Nessun eccesso nel calice, solo tanta voglia, e capacità, di essere.
Azienda Agricola Calcagno ‘Romice delle Sciare’ 2023
Naso di rabarbaro e bacche di rosa canina. Al palato è subito evidente il sale, accompagnato da un corpo morbido e carnoso, un sorso intenso che allunga sulle sapidità, chiuso da un appena percettibile velo tannico.
Feudo Vagliasindi 2022
Bouquet di note sulfuree, erbe aromatiche e rabarbaro. Sorso fresco e fruttato, un bel volume, sapidità diffusa e solletico pepato, piacevole
Massimo Lentsch 2023
Al naso rosa e fragoline non ancora mature, una sfumatura balsamica di nepitella. Palato voluminoso, polpa acidula e fruttata, sapidità delicata e un finale che torna sulle fragoline con accenni fumé.
Travaglianti ‘Contrada Cavaliere’ 2022
Bouquet tra note affumicate e albicocca grigliata. Il palato è morbido e dal carattere affumicato, bilanciato da un frutto acidulo e salato quanto basta. Un accenno di zenzero su un finale che resta lungo e affumicato.
Alta Mora ‘Alta Mora Feudo di Mezzo’ 2020
Elegante e capace di una tensione che porta slancio nel sorso, pur non schivando completamente un tannino vivo e presente. Compostezza di sorso, ai sentori di frutti scuri e succosità smoky.
Benanti ‘Contrada Monte Serra’ 2022
Snello, flessuoso, senza rinunciare al frutto. Capace di coniugare nel calice slancio e naturalezza, mostra calore moderato e tannini elegantemente levigati. Illumina l’oscurità.
Una sintesi di essenza vulcanica e frutto scuro, per un vino la cui profondità affonda nella sabbia nera. Si allunga nel sorso, senza cedimento alcuno, verso un finale pulito e amaricante.
Carranco ‘Villa dei Baroni’ 2020
Eleganza al quadrato, sintesi di roccia e fumo, frutti rossi e macchia mediterranea. Profilo tattile sinuoso, tannini composti e acidità capace di dare slancio al sorso.
Cottanera 2022
Eleganza sofisticata, quasi astratta. Il tannino accarezza il palato allungando il sorso sui binari di un’acidità composta. Frutto e fumo di Londra.
Federico Graziani ‘Rosso di Mezzo’ 2021
Succoso e succulento, eppure agile nel sorso. In bocca mostra frutta a bacca scura e note vegetali, sorrette da una spalla acida che dà slancio alla beva.
Firriato ‘Cavanera - Contrada Zucconerò Sciara del Tiglio’ 2020
Oscuro alla vista, oscuro nell’anima. Potente, eppure capace di quel controllo, se vogliamo eleganza, di pirelliana memoria. Un sorso compatto, tattile, lineare, di nerbo e grande pulizia.
Frank Cornelissen ‘Munjebel’ 2021
Un vino di corpo, segnato da sabbia scura, frutto maturo e macchia mediterranea. Complesso, minerale, con un profilo tattile che rimane avvinghiato alla memoria.
Giovanni Rosso 2021
Snello e elegante, dai volumi contenuti. In bocca spicca un frutto croccante, avvolto da una texture dolce. Tutti da godere i suoi toni fumé e rocciosi, ben sostenuti dalla spalla acida
Il calice è ricco ed eloquente, con tannini solidi e una compattezza che sostiene il sorso dall’inizio alla fine. Eleganza robusta, un denim impolverato e annerito dalla fuliggine.
Graci ‘Sopra il Pozzo’ 2019
Profumi spiccati, che si muovono tra visciola matura e dolci speziature. A compensarle la grande acidità, che avvolge una trama tannica fitta e di buon portamento.
Pietradolce ‘Santo Spirito’ 2020
Colore vivo e profumi intensi nel calice. Il suo è un sorso elegante e snello. Buon equilibrio tra l’espressività del frutto e la linea acida. sottofondo fumè per un vino lungo, a tratti gotico.
Un’eleganza soffusa, che si muove tra frutti rossi e pepe. Trama ematica, per un bicchiere goloso e dai toni fumè. Elegante.
Tenuta Terre Nere ‘Calderara Sottana’ 2022
Molto elegante nella sua tessitura, che sa di frutto e salsa barbecue. Tannini compatti e allineati, che tengono in tensione un vino minerale e dal finale profondo.
Tenuta di Fessina ‘Erse Rosso Contrada Moscamento’ 2020
Bella trasparenza nel calice. Una bevuta snella e flessuosa, per un vino succoso, pepato e smoky al punto giusto. Un sorso tira l’altro.
Movimento elegante e sensuale nel bicchiere. Un’acidità spiccata su un corpo rubino trasparente, conciliano un sorso sobrio, giusto punto di incontro tra frutto e spezia.
Terra Costantino ‘Contrada Blandano’ Riserva 2019
Profondo e denso nel calice, al naso offre sfumature erbacee e frutti rossi maturi. Ematico, di grande tono minerale, per una beva piacevole e ambiziosa.
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