
Torna lo spauracchio dei dazi USA sul vino. Dopo il primo governo Trump che risparmiò i vini italiani dall’applicazione di dazi aggiuntivi (penalizzando invece i francesi), con il ritorno del Tycoon alla Casa Bianca la questione è tornata alla ribalta, alla luce delle sue dichiarazioni fatte in campagna elettorale.
Tutto nasce dal forte squilibrio della bilancia commerciale americana che, con alcuni paesi, raggiunge livelli rilevanti: 280 miliardi di euro con la Cina, 80 miliardi con la Germania, 70 con il Giappone e 43 miliardi con l’Italia. Come evidenzia un’analisi di Nomisma Wine Monitor, per i vini del Belpaese gli USA sono il primo mercato con il 22,6% di export nel 2023. In particolare per i vini Dop il mercato americano ha un peso importante sui volumi esportati: tra i più performanti, 46% per i bianchi di Trentino Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, 32% per i rossi di Toscana, 30% per i bianchi del Veneto.
“Incrociando questi dati – spiega Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma - si capisce chi rischia di più, non solo per un eventuale dazio aggiuntivo all’export (effetto diretto), ma anche per i possibili contraccolpi sulle economie degli altri paesi esportatori che, parallelamente, rappresentano acquirenti del vino italiano (effetto indiretto). Dato che ormai ci troviamo in un mondo globalizzato fatto di ‘vasi comunicanti’, se ad esempio Trump decide di punire l’export tedesco (alla luce del forte squilibrio della bilancia commerciale), il rischio di peggiorare la situazione economica della Germania è tutt’altro che remota. Ma se il PIL tedesco peggiora, non ci rimettono solo i consumatori tedeschi ma anche i produttori di vino italiano che esportano in Germania”.
È ancora prematuro ipotizzare come potrebbero essere applicati eventuali dazi aggiuntivi (aggiuntivi perché già adesso le imprese che non fanno parte del NAFTA e che esportano negli Usa pagano un dazio in entrata), ma l’allarme è già scattato, soprattutto ricordando il 2020, quando l’applicazione seguì criteri “chirurgici” andando a colpire soprattutto i leader nell’export di prodotti in concorrenza con quelli locali (ad esempio Francia per i vini, Italia per formaggi).
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