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Il new deal dell’Oltrepò Pavese

di Giambattista Marchetto | 25 Novembre 2024

All’evento Oltrepò Terra di Pinot Nero la dirigenza del Consorzio lancia la sfida per riposizionare la denominazione e concentrarsi su qualità e territorio, oltre il vitigno. Focus sulla trasparenza e apertura alle cooperative dal neodirettore Binda. Calici più convincenti.

L’Oltrepò Pavese cambia marcia. O almeno questo è l’obiettivo che si è data Francesca Seralvo da quando ha preso le redini del Consorzio come presidente. E proprio un evento fortemente voluto da Seralvo all’origine - Oltrepò Terra di Pinot Nero – è stato l’occasione per fare il punto e tracciare una linea, rilanciando sulla prospettiva oltre il pinot nero stesso, a partire da un cambio di governance.

“Oggi è il giorno del rinnovamento, della rinascita – ha dichiarato Francesca Seralvo in apertura - L’evento che abbiamo creato per dare finalmente visibilità alla qualità del pinot nero in Oltrepò Pavese è anche il punto di inizio per il superamento di un nome, di una varietà, e per iniziare a dare valore a vini, uve, vigne. Un percorso e un cambiamento che non riguardano solo la qualità, già presente, ma la consapevolezza delle potenzialità inespresse. L'obiettivo è quello di superare la centralità del singolo vitigno per promuovere l'intero territorio e le sue denominazioni, con un nuovo approccio strategico e operativo. Siamo fiduciosi che finalmente l’Oltrepò Pavese del vino troverà la sua strada”.

La presidente ha approfondito questa visione nell’intervista raccolta a margine dell’evento e ascoltabile nel podcast di Vinonews24 (a cura di Federica Borasio).

BINDA NUOVO DIRETTORE, FOCUS SU “FILIERA, QUALITÀ E TRASPARENZA”

L’evento oltrepavese è stata anche l’occasione per l’esordio ufficiale del neo-direttore Riccardo Binda, appena tornato alle sue terre d’origine dopo una proficua esperienza alla guida del Consorzio della Doc Bolgheri. “Questo è il kairòs, il momento in cui l’Oltrepò davvero può trovare la sua svolta – ha detto Binda - Lo è perché i tre presupposti su cui il nuovo lavoro del Consorzio si basa (filiera, qualità e trasparenza) hanno proprio ora trovato maniera di sbocciare”.

Con riferimento alla filiera, il direttore ha sottolineato che “non può non passare da una realtà fondamentale per il territorio: la realtà cooperativa. L’Oltrepò è un territorio di aziende, ma è soprattutto un territorio di agricoltori e di vignaioli. Il ruolo di Terre d’Oltrepò è stato fondamentale per dare la svolta di cui questo territorio aveva bisogno verso la filiera, che è il primo mattone, la pietra angolare su cui noi costruiremo tutti i nostri progetti futuri”. Un’apertura forte, che in molti hanno interpretato come un tentativo di sintesi tra le diverse anime del Consorzio e un’apertura alla cooperazione, protagonista in passato di momenti conflittuali. “Il lavoro di tutte le cooperative – ha aggiunto Binda - deve andare di pari passo con tutto quello dei produttori di filiera, quelli di qualità, che ci sono sempre stati, ma che hanno bisogno del tessuto produttivo e del territorio per emergere tutti insieme”.

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i metodo classico dell'Oltrepò Pavese convincono

L’innalzamento della qualità generale della denominazione passa però dalla trasparenza, “quella che ci deve consentire di scrollarci di dosso le ombre e la “sporcizia” di un passato che non ha fatto onore a questo territorio”, ha dichiarato con franchezza il direttore, facendo esplicito riferimento a situazioni fraudolente che hanno dato una nomea certo non positiva all’Oltrepò. “Anche su questo noi non avremo nessun margine di cedimento, non faremo alcun passo indietro – ha aggiunto - Faremo di tutto per andare in questo senso e spero si concretizzi il prima possibile il confronto diretto con la Repressione Frodi, che noi vogliamo sul territorio. Speriamo di averli qui, perché il loro è un apporto fondamentale per noi: il loro, quello di Valoritalia, delle istituzioni e degli organismi di controllo che devono essere garanti del lavoro di qualità di tutti i produttori, che non deve più essere rovinato dal mal operato di pochissimi”.

SALE IL LIVELLO NEL CALICE

Se il Consorzio punta a voltare pagina sul piano gestionale e lavora per riaffermare la centralità della denominazione sul piano nazionale e internazionale, fa piacere notare una evoluzione positiva nel calice.

Se da un lato risultano felici le espressioni oggi arrivate sul mercato di spumanti metodo classico, confermando un’eleganza che diventa davvero eccellente soprattutto nelle etichette a zero dosaggio, anche i pinot nero vinificati in rosso iniziano a sottrarsi all’invadenza del legno che troppo spesso li aveva caratterizzati in passato, per giocare di finezza e freschezza riuscendo a raccontare il territorio anziché nasconderlo.

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nella produzione in rosso, migliora l'utilizzo del legno che risulta meno invadente

Tra i metodo classico vanno segnalati I Ger pas dosé (50 mesi sui lieviti) di Alessio Brandolini e il Top Zero (80/90 mesi sui lieviti) di Giorgio per la complessità tagliente e la tensione elegante, ma anche l’affilatissimo Pinot nero 120 mesi di Giulio Flamberti e il classicissimo 1865 di Conte Vistarino, più accogliente nei toni agrumati. Offrono l’occasiona di un’ottima bevuta anche il Nature dell’azienda Pietro Torti (soprattutto nella versione affinata 10 anni), il Dosage Zero 'Vergomberra' di Bruno Verdi, il Blanc de Noir di Cavallotti, il 2005 Pas Dosé di Finigeto, il Centodieci de La genisia, il Nature di Monsupello, il brut di Torre degli Alberi e il Collezione 2008 de La Versa.

Tra i rosé si mettono in evidenza per eleganza e tensione il Caristoro di Fiamberti, il 145 Extra Brut di Manuelina e il Cruasé di tenuta Mazzolino.

Tra gli assaggi in rosso di pinot nero hanno lasciato il segno i pur giovanissimi Neos 2023 di Montelio e soprattutto Il Marcovaldo 2023 di Finigeto, che conquista per freschezza, slancio, mano leggera che lascia emergere il frutto senza appesantimenti. Merita poi una menzione il Giorgio Odero 2014 di Frecciarossa, che dopo qualche minuto nel calice si rivela elegante e flessuoso, capace di tensione e grazia.

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