
Quando si dice “tutti i nodi vengono al pettine”. Dopo un periodo di crescita il sistema-vino della Borgogna si trova ad affrontare un’annata che mette sul piatto sfide complesse e la necessità di ripensare un modello produttivo fino a poco tempo fa tra i più efficienti nel settore.
Si potrebbe iniziare dalla vendemmia 2024, segnata da condizioni climatiche difficili, soprattutto con le intesse piogge e grandinate primaverili, che hanno ridotto i raccolti fino al -25% in Borgogna e Beaujolais e costretto i produttori a interventi straordinari in vigneto anche per far fronte alle fitopatie. Una situazione compensata solo in parte dalla stagione estiva asciutta che ha inciso in modo positivo sulla qualità del raccolto, che i vigneron confidano possa estendersi alle varie tipologie di vino, dal Pinot Nero allo Chardonnay.
Ma per Thiébaut Hubert, presidente della Confederazione dei viticoltori della Borgogna, e i produttori le sfide da affrontare nei prossimi mesi sono anche fuori dal vigneto, con nemici forse più insidiosi del clima e della peronospora, e che rispondono al nome di tasse e burocrazia.
Il fardello amministrativo a carico dei produttori della Borgogna sta diventando sempre più pesante, soprattutto per un modello di viticoltura fatto di aziende agricole medio-piccole (la media è di soli 7,5 ettari) non in grado di affrontare una burocrazia che si è fatta sempre più cavillosa. Ma una semplificazione delle procedure e l’arrivo al tanto agognato documento unico sembrano lontani.
Inoltre Hubert, come emerge da un'intervista rilasciata al portale Terre de Vins, ha denunciato a più riprese operazioni di speculazione fondiaria sulle vigne, operazioni che non riguardano più solo i grands cru ma che si estendono fino ai premier cru, ai villaggi e perfino alle denominazioni regionali.
Oggi, le persone che hanno lavorato una vita e vogliono lasciare l’attività ai propri figli vengono disincentivate dagli oneri fiscali. Per questo Huber e i produttori chiedono di distinguere la trasmissione familiare dalla pura vendita, affinché il modello operativo della Borgogna possa sopravvivere, ma per ora lamentano di aver trovato un muro da parte del mondo politico.
Hubert aveva già espresso a più riprese le sue preoccupazioni per l'aumento del valore dei vigneti, che spinge in alto i prezzi dei terreni e innalza a dismisura le tasse di successione, arrivando a costi "completamente disconnessi dalla realtà economica del lavoro in vigna”, come sottolineato da Hubert a Terre de Vins.

A guadagnarne dalla situazione sono i grandi marchi internazionali, i cui investimenti in Borgogna rischiano di far saltare un modello produttivo secolare.
Per evidenziare un caso recente, il colosso dei beni di lusso LVMH ha acquisito 1,3 ettari di vigneti nella Côte d’Or della Borgogna per una cifra dichiarata di 15,5 milioni di euro, dopo che gli elevati costi delle tasse di successione avevano di fatto messo all'angolo i produttori locali.
I proprietari - la storica famiglia borgognona Domaine Poisot Père & Fils - manterranno il controllo dell’attività e parte dei vigneti, ma l’operazione di compravendita è significativa delle difficoltà a cui devono, anche loro come molti, far fronte.
LVMH, dal canto suo, ha fatto la sua prima incursione in Borgogna ormai dieci anni fa, quando nell'aprile 2014 ha acquistato il Clos des Lambrays del XIV secolo a Morey-Saint-Denis, uno dei vigneti più antichi della regione. Da lì non si è più fermato.
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