
La Doc Etna è in gran spolvero alla vigilia degli Etna Days, che in questi giorni celebrano i risultati raggiunti dalla denominazione e portano in assaggio oltre 500 etichette della denominazione.
Nel frattempo la vendemmia si avvicina e il presidente del Consorzio etneo Francesco Cambria non nasconde l’ottimismo. “Si va verso un ottimo raccolto - dice - vicino ai livelli del 2022 e quindi ben diverso dai volumi dello scorso anno che a causa della peronospora e ai successivi picchi di calore avevano accusato un -42,5%. Sull’Etna le vigne vecchie di montagna hanno dimostrato uno straordinario adattamento, attingendo in profondità alle riserve d’acqua; le piogge di fine agosto e inizio settembre hanno poi fatto il resto. La vendemmia parte quindi sotto i migliori auspici ed è probabilmente un unicum in Sicilia, fortemente provata dalla crisi idrica”.

Prima denominazione ad essere istituita in Sicilia nel 1968 e tra le pioniere in Italia, l’Etna doc si estende su un vigneto di 1.500 ettari racchiusi in 20 comuni e 133 contrade. Oggi l’omonimo consorzio di tutela, che rappresenta il 90% del potenziale produttivo complessivo, riunisce 220 aziende per una produzione media annua di 6 milioni di bottiglie, di cui il 60% viene esportata, in particolare negli Stati Uniti, in Canada, Svizzera e Regno Unito.
Secondo lo studio “Se tu togli il vino all’Italia. Un tuffo nel bicchiere mezzo vuoto”, realizzato dall’Osservatorio UIV-Vinitaly e Prometeia, il contributo sul territorio della Doc siciliana vale fino a 10 volte più del valore del vino (franco cantina): ogni bottiglia prodotta e consumata in loco è infatti capace di generare un impatto (diretto, indiretto e indotto) sul territorio quantificabile in 82 euro.
In questo processo di posizionamento e di concentrazione su valore e qualità, i vini della Doc Etna si candidano ad una posizione di prestigio tra i fine wine. O meglio - come dice nell’intervista a Vinonews24 il direttore del Consorzio Maurizio Lunetta - un “classico del vino italiano”. Senza cedere un punto sulle scelte che puntano in alto.

Direttore, partiamo dalla vigna. Vi aspettate una vendemmia anticipata?
“Sull’Etna qualcuno ha cominciato con le basi spumante, ma vale per quel poco di bolle che si fa sull'Etna. Al momento la situazione è positiva. Si pensava che sarebbe stata un bel po' anticipata fino a qualche settimana fa. Ora invece è arrivata un po' di umidità, con le piogge e il cielo coperto. Molti mi dicono che probabilmente avremo una vendemmia anticipata, ma solo di qualche giorno”.
Le aspettative sono buone per questa annata 2024?
“Parlando di quantità, a differenza di altre parti della Sicilia - dove la siccità ha avuto un impatto anche drammatico quest'anno, tanto che ci sono zone che hanno subito un calo peggiore dell'anno scorso – noi probabilmente torneremo sui livelli del 2022. Dunque dovremmo risalire rispetto al 2023, quando abbiamo avuto problemi di peronospora e poi legati al gran caldo. L’anno scorso abbiamo subito una perdita del 42% di uve, quindi quest’anno in comparazione siamo molto in crescita, in particolare con le uve rosse. Lo diciamo con tutti gli scongiuri, perché manca quasi un mese al momento clou della vendemmia”.
Come sta invece la Doc Etna in termini di mercato? È ancora nella fase “esplosiva” o c’è una sorta di normalizzazione, pur mantenendo il posizionamento raggiunto?
“Noi vediamo che, nonostante le crisi e il calo dei consumi, sui mercati principali l'Etna ancora tiene abbastanza bene. Fino ad ora non abbiamo avuto problemi. Forse il rosato sta soffrendo un po' di più, ma ce l'aspettavamo (e in fin dei conti non è una grande produzione), mentre bianchi e rossi rimangono stabili in questi ultimi anni. E quindi semmai il problema di mercato si presenta quando il vino finisce”.

Ci sono stati anche dei cambiamenti nei mercati di destinazione?
“No, stiamo consolidando i mercati classici del vino dell’Etna. Non abbiamo la forza per aggredire nuovi mercati, ma in fin dei conti nemmeno i numeri. Quindi stiamo consolidando i mercati di riferimento che sono quello italiano, gli Stati Uniti, il Canada, la Germania e l’Inghilterra. Con 5 milioni di bottiglie non abbiamo una potenza di fuoco per poter entrare in chissà quali mercati”.
E le ipotesi di estensione dell'areale sono da escludersi?
“Non è mai stata messa in discussione l'estensione dell'areale. Ogni tanto c'è qualcuno che fa delle fughe in avanti, sperando che si apra, ma in realtà la discussione a livello di consorzio e di produttori nel consorzio non si è mai aperta. Ci sono idee singole sull'aprire in altitudine, ma non sono mai state discusse a livello di Consiglio. E sarà difficile nei prossimi anni modificare i confini. Lo voglio dire chiaramente, perché ci sono molte spinte da più parti. Però consideriamo che, appena si toccasse un confine, apriremmo una discussione probabilmente senza fine perché ormai c’è un gap importante di valore dei terreni e delle uve tra dentro e fuori denominazione”.
In quest’ottica, anche il blocco degli impianti mostra la volontà di rimanere focalizzati sulla qualità e sul posizionamento?
“Noi stiamo molto attenti a crescere e consolidarci con l’impostazione attuale, portando valore a una denominazione giovane”.
Nella vostra percezione, l’Etna – con una produzione limitata e una forte identità - si propone come fine wine o ambisce ad esserlo?
“Diciamo che il Consorzio si preoccupa più di mantenere l’onda positiva in termini di crescita del posizionamento. L'Etna ha raggiunto un certo prestigio, per così dire, prima sui rossi e ora molto anche sui bianchi. È un prestigio che va consolidato giorno dopo giorno, perché non c'è nulla acquisito. Come sappiamo, il mercato cambia. Noi vogliamo uscire da questo “effetto moda” dell'Etna. Noi vorremmo diventare un classico del vino italiano, al fianco di altre denominazioni importanti ovviamente. Non vogliamo esser la più prestigiosa, ma avere prestigio quanto altre anche se queste hanno una storia vitivinicola molto più lunga in regioni più famose. Quindi il nostro scopo, per adesso, è consolidare quello che abbiamo ottenuto, fare piccoli passi in avanti e uscire dall'effetto Etna come moda. È chiaro dunque che gli spostamenti sono orientati alla dimensione qualitativa. Il blocco degli impianti ci permette anche di controllare meglio quello che produciamo, evitando grandi estensioni, nuovi investimenti. Stiamo cercando di crescere poco a poco, anche con molta prudenza. Sappiamo come vanno le cose sul mercato e vogliamo evitare di essere un fuoco di paglia. Ricordiamoci che il fenomeno-Etna esiste da 10-15 anni, non di più. Poi siamo cresciuti per superficie, produzione, numero di aziende, investimenti, ma siamo ancora troppo giovani per pensare di essere una grande denominazione prestigiosa. Intanto continuiamo così”.
La crescita dei bianchi porta una nuova spinta?
“La cosa più importante è il mantenimento di una qualità alta. E si sta lavorando molto sui bianchi. Prima il rapporto era uno a due con la produzione di rosso, ora è probabile che andremo a 50-50 in pochi anni, quindi diciamo che c'è un riposizionamento che va molto bene. E forse sul bianco ambiremmo ad essere la denominazione più prestigiosa, perché alla fine ci sono ottimi vini in Italia eppure non ci sono denominazioni che spiccano, come per il rosso. Abbiamo grandi progetti, però restiamo umili e la cosa migliore è pensare come posizionarsi”.
L'enoturismo è in forte crescita sull’Etna, con interessanti investimenti di alcune cantine. Quanto questo aiuta anche il posizionamento e il racconto dei vini?
“Penso che ormai l'enoturismo stia diventando un elemento molto importante anche nella percezione dei vini. E anche per il turista più generalista - quello legato più al mare di Taormina, al vulcano - le agenzie propongono escursioni in cui anche l’aspetto vino diventa parte essenziale. Questo perché la visita in cantina diventa un fattore interessante anche per chi era stato attratto più dal vulcano o dall’escursionismo. Ecco, diciamo che il vino ormai è diventato un'attrazione in più per venire a visitare l'Etna. E molte aziende stanno elevando moltissimo l'offerta dell'accoglienza. Le degustazioni e la vendita diretta iniziano a essere molto importanti, diventando tra le piccole aziende un fattore di successo notevole”.
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