
Come per molte bibite, anche il vino in lattina è sempre stato un chiodo fisso degli americani. In voga negli anni Trenta del ‘900 è tornato in auge alla fine degli anni 2010 e sta continuando a crescere nei gusti dei consumatori.
Una tendenza che provoca lo sdegno dei puristi, se non altro perché il “profumo” che fuoriesce dalla lattina una volta aperta non è dei migliori. Senza giri di parole, il vino in lattina sa di uova marce.
La rapida crescita di questa fetta di mercato ha portato i produttori a cercare una soluzione definitiva al problema spingendoli a rivolgersi alla Cornell University. Dopo studi e sperimentazioni, si è giunti alla conclusione che l’odore micidiale è scaturito dalla combinazione tra i solfiti presenti nel vino e l’alluminio della lattina, che reagiscono dando luogo a idrogeno solforato, il quale lascia quell’inconfondibile odore di uova marce, un po’ come le fialette puzzolenti usate dai bambini per gli scherzi di carnevale.
Ve detto inoltre che il vino in lattina ha già di per sé tempi di consumo molto più brevi rispetto a quello in bottiglia. Più si aspetta ad aprirlo più si corre il rischio che si crei questa reazione chimica spiacevole.
Ci sono però vini che producono più raramente questo effetto, come quelli rossi, grazie a una concentrazione più bassa della forma attiva (molecolare) di SO2.
Esiste infine un rimedio empirico: vuotare il contenuto della lattina in un bicchiere e agitare delicatamente. In pochi minuti l’idrogeno solforato si volatilizzerà, lasciando il posto al profumo originale del vino. Che rimane pur sempre un vino in lattina…
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