
L’export di vino italiano oggi vale circa 8 miliardi di euro, un valore che è quasi triplicato nel corso degli ultimi vent’anni. Pur essendo la Francia il leader di mercato con un peso sull’export globale del 33%, l’Italia nello stesso periodo di tempo è passata dal 17% al 22% (mentre i francesi sono scesi dal 38%).
Lo rileva Wine Monitor di Nomisma, che traccia la rotta dell’export vinicolo del Belpaese tra la scelta dei produttori di investire nella qualità, il ruolo fondamentale dei consorzi di tutela e competitor che negli ultimi anni hanno diversificato le strategie di vendita.
“Oggi abbiamo la leadership nell’export di vino in 46 paesi nel mondo contro gli appena 9 di vent’anni fa - spiega Denis Pantini, responsabile Agrifood e Wine Monitor di Nomisma - Abbiamo lavorato sulla qualità e sull’offerta, riducendo le esportazioni di vini sfusi e aumentando quelle di bollicine. Anche se spesso andiamo all'inseguimento dei francesi, in particolare nei mercati emergenti, va riconosciuto che in virtù della nostra qualità e varietà di prodotto siamo in grado di presidiare tutti i segmenti di mercato. E questo a volte ci consente di superare anche gli stessi vini francesi”.
Basti pensare al Prosecco, che oggi è diventato un prodotto di successo a livello globale per la sua capacità di intercettare i desiderata dei nuovi consumatori, ancor più dello Champagne. Per dare una dimensione a questo trend, va ricordato come la Francia, patria delle bollicine, sia diventata il terzo importatore di Prosecco, dopo Stati Uniti e Regno Unito.
A livello globale, le strategie adottate dai principali competitor dell’Italia, vale a dire Francia, Spagna, Stati Uniti, Cile, Australia e Nuova Zelanda, oggi sono estremamente diversificate
“Da competitor più temuto a modello di riferimento, indubbiamente il nostro benchmark resta la Francia – evidenzia Pantini -, per la sua storia, perché ha cominciato a esportare su larga scala prima dell’Italia, ma anche perché vanta una solida strategia di valorizzazione del prodotto, una leadership consolidata e un posizionamento di prezzo invidiabile. Basti pensare che un vino fermo italiano ha un differenziale con il competitor francese superiore al 70%; questo significa un prezzo medio all’export di 3,3 euro per la bottiglia di vino italiano, contro i 5,9 euro di una bottiglia transalpina. Già questo dimostra come ci sia ancora molta strada da percorrere per ridurre il gap”.
In generale, oltre alla Francia, la competizione nel mondo si gioca nei singoli mercati con i vini degli altri player globali, sui diversi segmenti. Ad esempio, con la Nuova Zelanda nei vini bianchi, nei rossi con Australia e Cile, mentre il mercato degli spumanti è soprattutto un “affare” europeo, con Francia, Spagna e Germania.

Oltre a questo, occorre ricordare come per certe aree del mondo la competizione si gioca anche alla luce delle agevolazioni tariffarie: il Sudamerica è “monopolio” di Cile e Argentina (grazie all’area di libero scambio del Mercosur), la Cina sta tornando in mano ai vini australiani (dopo la revoca dei super dazi). E proprio le tensioni geopolitiche in atto nel mondo – che spesso sfociano in vere e proprie guerre commerciali e, purtroppo, non solo – rappresentano una delle principali minacce all’ulteriore crescita dell’export di vino italiano.
In uno scenario così diversificato e complesso il ruolo dei consorzi di tutela è stato rilevante per favorire la conoscenza dei vini italiani nei mercati internazionali, anche sfruttando il supporto fornito dai diversi strumenti finanziati dall’Unione Europea (come nel caso degli investimenti promozionali dell’OCM o del Regolamento 1144/2014). Il limite in Italia è però che la realtà produttiva è molto frammentata e non sempre si riesce a ragionare in una logica di sistema.
“I consorzi non fanno commercializzazione di prodotto ma tutela e promozione e, pertanto, possono dare un contributo concreto nel far conoscere il nostro vino, soprattutto quello delle piccole e medie imprese, in giro per il mondo – conclude Pantini - Una volta fatto conoscere il vino, poi tocca alla singola impresa sfruttare questo trampolino di lancio individuando il corretto posizionamento di mercato per i propri vini, anche attraverso analisi mirate e strumenti di market intelligence”.
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