
Il risiko dell’import di vino da parte della Repubblica Popolare Cinese scrive un nuovo capitolo. E il protagonista torna a essere l’Australia.
Scomparso dai radar cinesi per oltre due anni, il vino australiano è tornato con forza nel mercato cinese, provocando ripercussioni sull’export dei prodotti concorrenti, comprese le bottiglie italiane, che nel frattempo avevano conquistato una piccola parte dello spazio di mercato lasciato libero dagli australiani (il grosso se l’erano ripreso i francesi, dopo anni di predominio incontrastato).
La vicenda è nota e conferma l’esistenza di un’incognita in grado di generare danni pesanti quando si parla di scambi commerciali fra Paesi: i dazi doganali.
A seguito della richiesta del governo australiano di un’inchiesta internazionale sulle origini della pandemia di Covid-19, nel 2020 il governo di Pechino aveva deciso “per ripicca” di imporre dazi sulle esportazioni australiane di vino (ma anche di orzo e altri prodotti agricoli) superiori al 200%. Da 161 milioni di bottiglie di vino fermo (prevalentemente rosso) esportate nel 2019 in Cina (il 26% degli acquisti dall’estero da parte degli importatori cinesi), l’export australiano era crollato a meno di 183 mila bottiglie nel 2023. Poi, la svolta, quando lo scorso marzo Pechino ha deciso di revocare i dazi.
Secondo i dati elaborati dall'osservatorio Wine Monitor di Nomisma, alle appena 5mila bottiglie di vino fermo australiano importate a dicembre 2023, gli acquisti degli importatori cinesi sono passati nel solo mese giugno di quest’anno a oltre 6,5 milioni di unità, con un balzo destinato a modificare sensibilmente l’offerta sugli scaffali.
Un trend volatile come quello legato alle importazioni mensili necessita di essere confermato alla fine dell’anno, ma intanto fornisce una tendenza nitida: il mercato cinese del vino non vede più da diversi anni consumi in crescita e questo significa che il ritorno del vino australiano finirà inevitabilmente per sottrarre quote di mercato agli altri fornitori.
Limitando l’analisi ai vini fermi imbottigliati (che rappresentano i tre quarti delle quantità importate), si pensi che gli acquisti cinesi dall’estero sono passati in appena tre anni da 384 milioni di bottiglie nel 2014 a 738 milioni nel 2017, per poi crollare a poco più di 200 milioni di bottiglie alla fine dell’anno scorso.
In questo scenario da “montagne russe”, l’Australia in Cina è passata da una quota all’import (a volumi) del 13% nel 2014 al 27% nel 2019 per poi “sparire dai radar” a partire dal 2021. Contestualmente, la Francia è scesa dal 43% (2014) al 28% nel 2020 per poi ritornare in vetta con il 37% di quota nel 2023.
Dal canto suo, l’Italia, ha guadagnato qualcosa dall’uscita dei vini australiani, ma solo in termini di quota: è vero, infatti, che dal 5% del 2017 siamo arrivati al 9% nel 2023, ma a fronte di un calo nelle bottiglie esportate di oltre il 50%.

Per un’analisi dello scenario in divenire non va dimenticato come la Cina rappresenti, assieme agli Stati Uniti, uno dei principali mercati di consumo di vini rossi, vale a dire la tipologia che in questi anni sta soffrendo di più il calo nelle vendite.
“La Cina ci ha anche dimostrato come risulti difficile fidelizzare la sua popolazione al consumo di una bevanda che non fa parte (o almeno non faceva) delle sue tradizioni alimentari – evidenzia Denis Pantini, responsabile Agroalimentare di Nomisma - E questa considerazione vale un po' per tutti i mercati emergenti dell’Asia, India compresa, cioè per quella parte del pianeta che conta più della metà della popolazione mondiale e a cui siamo costretti a guardare sempre più con attenzione se vogliamo mantenere lo status quo in termini di produzione attuale di vino”.
Una considerazione che dovrebbe far riflettere le istituzioni italiane impegnate nel valorizzare e promuovere il made in Italy nel mondo, soprattutto alle porte delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, che, in caso di un eventuale ritorno di Trump alla Casa Bianca, con le sue dichiarazioni rilasciate in campagna elettorale in merito all’applicazione di dazi aggiuntivi sui prodotti di importazione, potrebbe generare ulteriori ombre sul futuro del vino.
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