
Chissà com’era Alba, nel 1944, quando i partigiani la presero per ventitre giorni, come racconta Beppe Fenoglio in un racconto memorabile. Certo le sue Langhe erano un altro mondo rispetto alla Langa affollata meta enoturistica di oggi. Tutto è cambiato: il paesaggio agrario e il paesaggio umano.
All’ombra di un mandorlo, in vigna, dove in una giornata molto afosa fa sorprendentemente fresco, i due fratelli Giulio e Sergio Abrigo, che con i genitori gestiscono a Diano d’Alba l’azienda di famiglia intitolata al nonno Giovanni, si rivelano narratori inesauribili del loro epos familiare. Parlano dell’inizio, delle radici, dei vigneti del nonno. A pochi metri dalla casa d’abitazione con le annesse cantine rinnovate, la vecchia stalla col lungo tetto spiovente di coppi parla di un’altra epoca. Per fortuna i vigneti storici sono stati salvati.
“Il piemontese langhetto - spiegano - mediamente ha passione, testardaggine, ci tiene molto al proprio terreno; poi alcuni guardano solo alla rendita, ma c’è una media di persone appassionata”.

Lì di fronte c’è la zona del Barolo, il Castello di Grinzane, La Morra, ma qui è terra di dolcetto. Lo aiuta la collina ventosa, la composizione povera del terreno, che non ne fa sfogare la naturale vigoria, maturando correttamente gli acini. Il dolcetto ha bisogno di un’intensità luminosa maggiore rispetto ad altre varietà. Questi vigneti esposti a sud i locali li chiamano non a caso sorì, che in dialetto vuol dire soleggiato. Praticamente ogni collina, ogni cascina ha il suo sorì. “Anche oggi malgrado il riscaldamento climatico non è pensabile sostituire il sud col nord”, dice Sergio.
“Il nonno - continua Giulio - ha comprato la cascina nel 1968 e faceva solo dolcetto, e noi facciamo vino dalle stesse piante che coltivava lui. Negli anni abbiamo piantato anche altro, nei quindici di ettari che abbiamo a vigneto lavoriamo cinque varietà: per i bianchi arneis e favorita, gemello piemontese del vermentino, per i rossi dolcetto, nebbiolo e Ravera di Novello”.
In fondo c’è un bel pezzo di bosco, che fa bene non tanto al microclima, ma alla flora e alla fauna locale. Diano d’Alba si differenza un po’ anche per questo aspetto, per questa varietà di paesaggio, gli Abrigo oltre a uva e vino coltivano undici ettari di noccioleti.
In cantina, nelle vasche di cemento va il dolcetto, nel legno parte del nebbiolo per il Barolo. C’è un clima di cantina naturale, senza umidificatori e climatizzazione, sfruttando tre muri isolati e uno completamente a contatto col terreno. Qui l’umidità è sempre superiore il 75%, la temperatura oscilla tra 12 e 19 gradi, accettabilissime per una nuova evoluzione del vino e cambia di anno in anno. Vinifichiamo principalmente in acciaio, il cemento lo usiamo per il dolcetto Garabei e per la Barbera d’Alba, per nebbiolo d’Alba e Barolo Ravera un mix di legno medio e legno grande.

Poco più di dieci chilometri separano Diano d’Alba da Castiglione Falletto. Siamo nel cuore della Langa del Barolo, c’è un vento freddo, un’aria strana. I vigneti della famiglia Monchiero sono sparsi in varie zone, pochi circondano la cantina.
“Abbiamo dieci ettari, sei a Barolo, e come bianchi facciamo arneis e mille bottiglie l’anno di moscato secco”, dice Luca Monchiero, che gestisce l’azienda di famiglia con il padre Vittorio, enologo, e la mamma Daniela, che si occupa del commerciale. Anche qui vediamo in fondo un po’ di bosco, “perché se non ci fosse quello verrebbe giù tutto, la casa e tutto”, commenta Luca.
Più che la peronospora, che essendo dentro al protocollo dell’agricoltura integrata è sotto controllo, il vero problema di quest’anno sarà l’oidio, per questa aria che c’è, questo vento. “Lavorare in biologico quest’anno sarebbe stato molto complicato, e per noi che non abbiamo dipendenti ancora di più”.

La struttura della cantina è degli anni ’70, le pareti sono in mattoni. “Il mattone è uno dei materiali migliori come tenuta dell’umidità. Per tanti anni le han fatte così perché il Piemonte era uno dei più grandi produttori di mattoni, poi quando le fornaci han chiuso è arrivato il cemento”.
Macerazione e vinificazione avvengono in acciaio, la macerazione va dai venti ai ventotto giorni. La gestione dell’affinamento tutta in botte grande, rovere quasi tutto Slavonia. I barolo invecchiano circa venti mesi in legno e vanno in bottiglia molto presto, “Di solito lo imbottigliamo a fine giugno e pur avendo una dimensione aziendale piccola, riusciamo a uscire anche con annate diverse”. Il Langhe Nebbiolo viene vinificato in acciaio e poi va in anfora: mille bottiglie, il prossimo anno duemila. “È il nostro vino che va di più. Sul barolo invece facciamo soprattutto estero: America, Australia, nord Europa e Australia”.
Tutti i vini stanno qua, in temperatura e umidità controllata, 16/17 gradi di temperatura, tutto controllato meccanicamente, tutto a energia solare.
Uscendo dalla cantina all’orizzonte si staglia il Castello di Serralunga d’Alba, uno dei più belli delle Langhe, con la sua curiosa architettura militare trompe l’oeil: da qua sembra grande, visto di lato è molto stretto. Il motivo? “I nemici arrivavano dalla Liguria, dal mare, e così si intimorivano pensando che il castello fosse più grande di quel che è”, chiosa Luca.

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