
Passaggio di testimone alla presidenze del Consorzio di Tutela Vini Roma Doc, con Rossella Macchia chiamata a succedere a Tullio Galassini, alla guida del Consorzio fin dalla costituzione.
Imprenditrice e Donna del Vino, Macchia è la prima donna ad assumere la guida del consorzio capitolino. Il cambio al vertice è stato ufficializzato nel corso dell’ultima riunione del CdA consortile, che ha delineato la nuova squadra. I vicepresidenti sono Gabriele Gaffino di Cantina Gaffino e Damiano Federici di Vinicola Federici. Fanno parte del nuovo CdA Adelaide Cosmidi (Casa Divina Provvidenza), Sara Costantini (Borgo del Cedro), Paolo Iacoangeli (Tenuta Iacoangeli), Andrea Cortina (Vini Andreassi), Lorenzo Costantini (Villa Simone) e Felice Mergè (Femar Vini).
“È stato un percorso bellissimo - afferma presidente uscente Tullio Galassini - e ci aspetta un futuro altrettanto promettente. Con grande soddisfazione passo il testimone a Rossella Macchia, per la quale provo grande stima sia professionale che umana, certo che saprà guidare con dedizione e professionalità il Consorzio che, in poco più di un decennio, ha saputo imporsi sia a livello nazionale che sui più importanti palcoscenici e che oggi conta più di 60 cantine”.

Quello tra Rossella Macchia e il vino è un rapporto che dura da anni. Laureata in Medicina, cambia la sua vita nel momento in cui conosce Felice Mergè, figura di riferimento nel settore vitivinicolo nazionale e guida dell’azienda Poggio Le Volpi, storica realtà enologica dei Castelli Romani, di cui Macchia diventa general manager, prendendosi cura dell’attività a tuttotondo, dalla gestione dei vigneti alla cantina, fino all’attenzione all’ospitalità all’interno del ristorante e punto degustazione della maison.
“Essere stata scelta per ricoprire questo ruolo così importante è per me motive di orgoglio - dichiara la neopresidente Macchia - Sono sempre stata al fianco del Consorzio in veste di vicepresidente e continuerò a portare avanti con grande entusiasmo e dedizione questo straordinario percorso fatto di cultura, tutela e valorizzazione del territorio e dei vini che questo esprime. Continueremo a lavorare uniti con il nuovo CdA e con tutte le aziende socie, rafforzando il rapporto con i principali player del territorio - dalle istituzioni al mondo della ristorazione e dell’hotellerie, interlocutori indispensabili per la crescita della denominazione”.
Presidente Macchia, come sta la denominazione Roma Doc?
“Il consorzio è ancora giovane e sta lavorando per costruire il proprio percorso identitario. Il territorio è vasto e multiforme, ma si tratta di dare evidenza al dil rouge che lega l’Urbe ai vigneti sul mare o alle colture sui suoli vulcanici dell’entroterra. È vero che per noi è strategico il collegamento con la storia millenaria della Città Eterna, ma è essenziale comunicare che in tutto il territorio esiste una cultura de vino antica. Il consorzio ha avvisto questo percorso di valorizzazione e posso dire che la denominazione sta attraversando un momento positivo, anche se la strada da fare è ancora lunga”.
Le aziende vivono positivamente l’adesione alla denominazione?
“Il ruolo del Consorzio è legato all’identità e alla comunicazione, per questo credo che le aziende ci credano. Ai percepisce la voglia di lavorare assieme per spingere l’immagine del territorio e questo genera appartenenza. È un percorso ancora all’inizio, perché il consorzio deve crescere così come i produttori”.
E in questo lavoro che ruolo hanno i giovani?
“Oggi molte aziende stanno vivendo il passaggio generazionale e in alcuni casi non è una transizione facile. In agricoltura non si può dare niente per scontato. Per fortuna però c’è un gruppo di giovani ‘rampanti’ con verve, entusiasmo, voglia di raccontare l’eccellenza della produzione vitivinicola del Lazio”.
Come si coltiva l’identità per un contesto così ampio?
“Proprio rimanendo ancorati al territorio. Il fatto che la denominazione comprenda le zone costiere e pure i vulcani o Frascati e Monte Porzio Catone… ecco c’è una grande ricchezza nella varietà. Costruire e trasmettere una identità significa far conoscere il territorio”.
C’è un lavoro sugli autoctoni?
“Il disciplinare del Roma Doc prevede l’utilizzo di vitigni internazionali, ma ancora una volta vince il volto multiforme con autoctoni quali malvasia puntinata o cesanese”.
È percepibile uno spostamento verso i bianchi?
“Per chi si avvicina al mondo del vino, la bevibilità fa la differenza e sicuramente il bianco è più semplice del rosso. Tanto più se i rossi sono strutturati. Invece oggi cresce l’attenzione per i bianchi con un basso residuo zuccherino. Rimane prioritario, per noi, lavorare per far conoscere tutte le tipologie di vino, magari mirando ai mercati che li possano accogliere”.
State lavorando sui progetti di internazionalizzazione?
“Il consorzio fa quello di mestiere, promuovendo anche la conoscenza sui mercati esteri. Il primo obiettivo però è la presenza in casa, su Roma. Se un turista beve Roma Doc mentre visita la capitale e il territorio, poi lo cercherà anche quando torna a casa sua. È invece un problema se non ci trovano sulle tavole e nelle carte vini di Roma. Ecco, il consorzio non ha il compito di vendere, ma spingiamo più possibile sulla promozione nella città che ci rappresenta. E oggi percepiamo sempre più curiosità”.
Quali sono invece gli obiettivi sull’estero?
“Fuori dai confini italiani c’è una storia tutta da scrivere. CI sono mercati più reattivi, per esempio gli Stati Uniti e il mondo asiatico, ma anche il nord Europa. I risultati non si raggiungono nell’immediato, ma il percorso guarda al futuro. E le aziende devono esser le prime a lavorare per la promozione”.
Quali sono gli obiettivi per questi primi anni di mandato da presidente?
“È importante la costanza, per mantenere una stabilità nelle azioni. E lavorare per esser presenti in tutte le occasioni e agli eventi importanti, pur senza fare il passo più lungo della gamba. Oggi viviamo un momento difficile per il mondo del vino, dato che i consumi si riducono, ma comunicando bene possiamo incuriosire e coinvolgere i consumatori”.
Se dovesse sintetizzare in tre parole i pilastri della Doc Roma, quali indicherebbe?
“Cultura. Valore. Territorio. E aggiungo: amore”.
Cultura è il primo?
“Credo sia essenziale creare una cultura del fare nel territorio, del legame con la nostra storia. Dobbiamo comunicare quello che siamo e il lavoro di chi cura la vigna e il vino”.
Ci sono difficoltà da affrontare subito?
“Più che difficoltà, c’è da affrontare subito - in continuità - la carenza di vino Roma Doc sul mercato di Roma città. C’è una scarsa conoscenza e puntiamo a rafforzarla, costruendo rapporti più possibile solidi con il mondo della ristorazione e con l’hotellerie”.
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