
Alzi la mano chi si aspettava di trovare sui colli romagnoli, nella valle del torrente Conca appena sopra il mare di Cattolica, una azienda vinicola fatta così. Un parallelepido di vetro e ferro che ricorda la Nuova Galleria Nazionale di Berlino di Mies Van der Rohe, insomma uno di quei padiglioni inventati dal gran genio architettonico tedesco. Un modello supremo che replicato, reinterpretato e serializzato in migliaia di varianti in tutto il mondo, è arrivato, per i misteriosi rigagnoli in cui si disperde la storia del gusto, anche qui nelle campagne intorno a San Clemente di Rimini. E dunque, eccoci davanti e poi dentro a questo modernissimo edificio trasparente, adibito a wine-bar, accanto alla cantina dell’azienda Enio Ottaviani, 12 ettari vitati, dove interno ed esterno si confondono e chi è seduto dentro mentre beve un sangiovese, detto “il sangue della Romagna”, contempla il paesaggio di vigne e campi come se fosse all’aperto.

“Il primo progetto dell’architetto era una cosa tutta chiusa tipo baita con due finestre piccoline. Dice: sì perché il bello dell’architettura è il vedo-non vedo. Gli ho detto: quello a casa tua, a casa mia no”, racconta con l’intraprendenza e la durezza scherzosa dei romagnoli veraci Massimo Lorenzi, che nell’impresa familiare fondata sessant’anni fa dal nonno Enio si occupa del commerciale. Nella squadra Massimo e Milena Tonelli seguono uno la logistica, l’altra l’amministrazione.
Intanto il fratello di Massimo, Davide, che cura le vigne, ti accoglie con quella giovialità fragorosa propria del carattere locale. Intorno, una collina ordinatamente disegnata di vigne, di pendenza lieve, dentro un’oasi faunistica, dove lo sguardo non si ferma nella contemplazione del rigore quasi concettuale di disegno del paesaggio toscano.
Lì sotto c’è un torrente, il Conca, che dopo una manciata di chilometri - venti minuti di bici su sterrato - va a riposarsi mogio nell’Adriatico (se non lo ingrossano le bombe d’acqua e i tornado dovuti al cambio climatico) creando un piccolo arenile selvaggio dove due ombrelloni cheap da spiaggia libera creano un inatteso contrasto con l’immagine della Riviera visibile a due passi, con la sua inconfondibile sequenza di hotel-condomini perfettamente restaurati e intonacati uno attaccato all’altro, di fogge e colori tutte diverse, con la geometrica distesa di ombrelloni, attrezzature, arredi e offerte di sport, relax e svago per il turista.

Questa contiguità di vigna e di mare ha un suo perché, invita a piaceri, ritrovamenti e scoperte divertenti. La sera, quando si fanno le vasche in lungo e in largo a Cattolica, con un negozio accanto all’altro e bar e hotel senza soluzione di continuità, c’è un’aria di vacanza rétro, dolcemente rilassante nel suo tono vintage, con qualcosa della morbida bellezza delle vacanze dell’infanzia.
Davide Lorenzi, detto Dado, ti guida nella cantina dell’azienda con un outfit sportivo e un modo appassionato e bizzarro di raccontare la vigna e i vini, che alterna tecnicismi enologici e motteggi dialettali, lontano anni luce sia dal tipo del viticoltore che si dà arie signorili, sia dal giovane enologo freddamente professional. L’ambiente-cantina è strettamente funzionale: nessuna belluria, il vino matura principalmente in vasche di cemento, da cui lui spilla il vino tra una battuta e l’altra. “Abbiamo chiaramente qualche serbatoio d’acciaio che ci serve per spostare, per mettere quei due quintali che ci mancano – racconta - Qui siamo in un terreno sabbia-argilla-limo, franco-argilloso, medio impasto. La parte a 100 metri dal fiume è tutta ciottoli, quindi grande sapidità dei vini, la parte alta a terrazzamento è composta da argilla e sabbia. Ci divertiamo insomma”. La vicinanza del mare Adriatico conferisce note salmastre e minerali ai vini.

Poi è tutto un racconto tecnico, su assenza di ossigeno, su azoto, albumine, ciclo a 27 minuti, un passaggio che butta giù 13 gradi, il mosto pulito flottando. Questo “materialismo”, questo amore della tecnica, l’avvenirismo, è anch’esso un tratto regionale, ma dopo due minuti il torrente è in piena ed esce il colore romagnolo, con un tocco di sensualità originaria. “I rimontaggi vengono effettuati tutti manualmente, quindi c’è proprio un contatto… come con una moglie capito? Una roba passionale”. Beve, e guardando il vino nel bicchiere gli parla: “Bravo, stai proprio bene. Cosa ridi tu? No dai scherzo, io mi diverto. A me piace lavorar così: voglio la freschezza, voglio il frutto, non voglio il legno. Dai, ‘ndam a magner, se no la mama…”.

L’esuberanza conviviale trova a tavola la sua dimensione più propria. “Questa l’è una vita da no morì mai”, sentenzia mangiando sogliole e code di rospo ai ferri. Poi prende benevolmente in giro la mamma-cuoca, una arzdora romagnola da casting. “Buone mamma le cozze, dove le hai prese a Pesaro?”. Evidentemente sono comprate a Cattolica, e Pesaro è già terra straniera, in un certo senso, perché il terroir - terra o mare che sia - comincia e finisce ben presto, in un attimo.
Intanto il fratello Massimo spiega come sono cambiati i mercati, come servirebbe un lavoro corale di squadra tra i produttori per far conoscere l’identità territoriale. Lui vende in trentun paesi, molto in Europa ma anche Stati Uniti, Canada, America Centrale, Cina, Asia, Australia. “Nei mercati c’è il gn che ci frega – scherza - dicono Romag-na, oppure ci confondono con la Romania”.

Il catalogo è di dieci bottiglie. Un vitigno bianco si chiama pagadebit: “perché è l’ultimo che si raccoglie, la prima settimana di ottobre, e serviva a sistemare i conti dopo la vendemmia: paga debito o straccia cambiale”. In bottiglia ci finiscono chardonnay, riesling, grechetto, tra i rossi sangiovese (che porta anche alle etichette si Superiore e Riserva), merlot e un blend di sangiovese e cabernet sauvignon.
Poi la pennellata finale. Di recente in Enio Ottaviani hanno assunto un nuovo dipendente, Raffaello Tonon, l’opinionista tv lanciato da Costanzo. Ma non si avvalgono delle sue competenze di intrattenitore e conversatore. Fa il cameriere, serve ai tavoli del winebar. La trovata poteva essere più eccentrica, teatrale, da romagnoli veri?
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