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L’epopea Mosnel in un film di Massimo Zanichelli

di Olindo Rampin | 16 Giugno 2024

Un mediometraggio curato dal giornalista racconta la storia aziendale, con uno sguardo sul lavoro in presa diretta, e omaggia la “madre” del Franciacorta.

Fatto incolpevolmente accomodare sui sedili posteriori di una di quelle berline blu di lusso che scarrozzano in giro i ministri e gli alti papaveri, guardo scorrere il paesaggio dolce e ordinato della Franciacorta, giù per una strada stretta e tutta curve tra i vigneti. È mattina presto e non c’è nessuno in giro, solo due giovani indiane col velo tradizionale ricco di colori, che camminano sole di fianco a una vigna.

Peccato non riuscire a fotografare quell’attimo, che racconta con la forza di una immagine irripetibile la campagna e l’agricoltura italiana di oggi, la trasformazione che fa incontrare e scontrare mondi così lontani. L’autista mi dice che qui ce ne sono di famiglie indiane che lavorano nell’agricoltura, ma meno che giù in pianura, dove, come anche nella Bassa emiliana, si dedicano soprattutto all’allevamento animale.

In Franciacorta, dove la viticoltura domina il territorio, chi lavora la vigna? Chi la pota, chi la cura, chi la semina, chi lavora in cantina, alla vendemmia, alla vinificazione, all’imbottigliamento, all’affinamento di questi celebri vini?

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lavori in cantina Mosnel, frame dal film di Zanichelli

IL LAVORO IN VIGNA È UN RITO RELIGIOSO

Una prima, parziale risposta può venire, più che con le parole con il linguaggio delle immagini e del montaggio cinematografico, da Mosnel di Franciacorta, un documentario firmato dal giornalista Massimo Zanichelli e dedicato alla storica azienda vitivinicola di Camignone, nel Bresciano.

Nel film, che racconta la storia e il presente dell’impresa, i dipendenti vengono ripresi durante tutte le fasi della lavorazione, dalla vigna alla cantina, mentre eseguono i loro compiti in religioso silenzio, con una precisione e una velocità calcolata, non eccessiva, con uno sguardo attento, millimetrico, da ottici o da orologiai. Ma non parlano mai. Sembrano per lo più autoctoni, ma forse proprio perché non vengono raccolte da loro testimonianze e racconti, le sequenze della lavorazione appaiono simili alla cerimonia di un culto, a una funzione sacra, di cui essi sono i ministri, alternate come sono a riprese naturalistiche informate a una esplicita intenzione lirica: di cieli, di nuvole, di albe, di piogge, di erbe e di insetti in primissimo piano.

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lavoro in vigna da Mosnel, frame dal film di Zanichelli

Le loro sensazioni, i loro pareri emergono al di fuori del film, con qualche titubanza e poi con più coraggio. Sono voci di persone che sembrano aver conservato “in purezza” un’indole antica di grandi lavoratori, caparbi, devoti all’azienda e ai proprietari, in una provincia in cui pure, come nel Bergamasco, per ragioni di storia e di geografia il rigore lombardo è addolcito dal colore veneto. Con i proprietari il rapporto sembra improntato a quella forma di benevolenza e familiarità, di condivisione dei valori aziendali, che qualche spirito malevolo magari chiamerebbe paternalismo.

EMANUELA BARBOGLIO, “MADRE” DEL FRANCIACORTA E SPIRITO PROTETTORE DELL’AZIENDA

A parlare in questo film sono loro, i titolari, i fratelli Giulio e Lucia Barzanò, che appaiono, nei modi e nel linguaggio, gli esponenti di una compassata gentry longobarda, di una nobiltà di campagna gaia e disinvolta, che gestisce con piglio moderno l’impresa ereditata dagli avi, in una villa antica con curioso annexe neogotico, cantine cinquecentesche di gran effetto teatrale attraversate da una fuga di bui archi prospettici che fa pensare a trame romanzesche, e un piccolo giardino romantico all’inglese tutto curve e collinette, dominato da un ultracentenario e stupefacente cedro del Libano, degno del rispetto e della reverenza che si devono a chi ha visto scorrere la storia e probabilmente ci sopravviverà.

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Giulio e Lucia Barzanò, oggi alla guida di Mosnel

La figura dominante del film, protagonista assente e quindi tanto più intensamente presente, è però la madre, omaggiata e menzionata con devozione: Emanuela Barboglio, unica rappresentante dei lari domestici, spirito protettore della famiglia e della proprietà. Orfana di entrambi i genitori a diciotto anni, nel 1954 questa donna che doveva aveva un carattere molto energico, riconosciuta ancora oggi come la “madre del Franciacorta”, prese su di sé la gestione dell’azienda, sviluppò e innovò metodi e tecniche della coltivazione dei vigneti e della produzione del vino.

Un caso come questo, in cui il “padre” dell’azienda è una donna, nel senso che è una donna a dirigere e far sviluppare l’impresa, non era isolato in quei decenni nel Bresciano. E fa ripensare a figure come Piera Glisenti, che nel dopoguerra fu amministratrice delegata dell’azienda metallurgica di famiglia e prima donna nominata commendatore della Repubblica. Non sarà un caso che anche in quell’impresa operai e impiegati vivessero in un regime familiare.

Abilissima cacciatrice, di Emanuela Barboglio scorrono immagini che la ritraggono giovane in veste di moderna Diana armata di fucile, tratto anch’esso non estraneo alle radici territoriali, quella delle armi essendo una passione fortissima e atavica dei bresciani. La Fabbrica d’armi Pietro Beretta è un’azienda di qui, di Gardone Val Trompia, e magari è proprio un fucile Beretta quello che imbraccia e punta sorridente, nelle fotografie, la madre di Giulio e Lucia.

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“UNA CAMPAGNA DA PRESERVARE E CUSTODIRE”

Quando mia madre ha ereditato l’azienda dal padre era una ragazzina e da anni in questo territorio la situazione era tremenda, a causa delle malattie crittogamiche della vite, come la peronospora o l’oidio”, racconta Giulio Barzanò. “C’era stata la guerra, le persone che prima lavoravano in campagna si erano trasferite in città per la richiesta di manodopera, tant’è che chi in quegli anni ripensava alla vite ha cominciato a prendere vitigni di altre zone, perché i vitigni originari qui non c’erano più, quindi ecco lo chardonnay, il pinot bianco, il cabernet. Era tutto da ricostruire, le fotografie di quegli anni sono tristissime in questa zona: tetti cadenti delle cascine, una campagna semi abbandonata. Mia madre ha fatto di tutto, ha cominciato con i cereali, e c’erano gli amici della Bassa bresciana che la prendevano in giro perché producevano il doppio, il triplo di lei. Ha provato con le vacche da latte, la silvicoltura, le piante da frutto”.

Poi ha cominciato a mettere la vite – anche su consiglio di Guido Berlucchi – e da lì è nata l’azienda. “È lei che ci ha trasmesso la passione per questo lavoro – conclude Barzanò – la visione della campagna come ambiente da custodire e preservare. Ci ha insegnato il valore della terra non solo come valore economico ma come fatto morale”.

 

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