Vinonews24
Podere Pellicciano, Martina, Federico e Fabio Caputo

Podere Pellicciano, la tradizione riscoperta a San Miniato

di Olindo Rampin | 9 Giugno 2024

Vitigni autoctoni e vini in purezza di una Toscana atipica. Il percorso della famiglia Caputo, giovani eredi di generazioni in vigna a San Miniato.

Che siamo in Toscana lo si capisce al primo svoltar d’angolo. Se anche non ci fossero quelle porte massicce con le cornici austere di pietra grigia e l’aspetto inconfondibile delle case, a dircelo sarebbero cose “minori” come l’insegna storica del Circolo Ricreativo del Popolo, luogo-mito in questa regione che fu rossa, il menu di un ristorante che si intitola “I Balocchi” come il Paese del Pinocchio di Collodi, o i nomi delle sagre primaverili strillate sui manifesti: della Ficattola, del Galletto, del Cinghiale, dello Scorzone, fratello povero del tartufo bianco. Siamo a San Miniato, e i segreti del celebre tubero ce li narrano gli impetuosi tartufai Riccardo Cei e Monica Nacci, nei vicini boschi di Bucciano.

Qui, in compagnia dei fratelli vignaioli Federico e Fabio Caputo, si fatica a star dietro a due cani eccitatissimi, un meticcio e un lagotto, piccoli ma micidiali cacciatori del fungo ipogeo. Questa terra fatta di argilla e di tufo custodisce nel sottosuolo frutti golosi e genera una macchia profumata di ginestre. Ma è molto propizia anche alla vite.

L’UNIONE SACRA TRA ARGILLA E TUFO

Quando si esce dal bosco per raggiungere i tre ettari e mezzo di vigneto coltivati dai Caputo in queste colline, e Federico parla del Podere Pellicciano che dirige con il fratello Fabio e mamma Concetta, si pensa che qualcosa nei caratteri regionali italiani sia sopravvissuto indenne agli urti della storia. Il temperamento toscano, incline alla schiettezza e al realismo, affiora nel modo secco e anti-retorico con cui il 34enne vignaiolo discorre del suolo, della vigna, del vino che ne vien fuori. “Le colline a San Miniato sono molto scoscese perché sono strati di tufo, quella punta laggiù è tufo puro. Se ci metti l’ombrellone d’estate sembra d’essere al mare” – scherza, ma è solo un attimo. Enologo e viticoltore, mentre il fratello cura il marketing e la vendita, Federico racconta senza troppi fronzoli la sua “visione del vino”, il suo progetto a lungo termine, ma già in atto: sviluppare i vitigni autoctoni.

È una terra strana questa, che unendo l’argilla in sottofondo con il tufo nella parte alta, sposa l’umidità con la permeabilità. “È per questo che nasce il tartufo bianco – spiega – Se fosse tutto argilloso marcirebbe per l’umidità, ma la parte tufacea è permeabile e fa respirare il suolo. Sono suoli abbastanza diversi rispetto alla classica Toscana del vino”. È questo connubio che fa nascere vini fini, non troppo potenti, che giocano sull’eleganza. I punti forti di questi terreni sono la mineralità e gli sbalzi termici. “Qui a fine agosto si arriva a escursioni importanti con 35 gradi di giorno e 15 di notte. La parte climatica e il suolo lavorano insieme sulla finezza, sull’eleganza. Sono vini con poca acidità, caratteristica molto rara in Toscana, l’equilibrio è dato maggiormente dalla mineralità che dall’acidità”.

un dettaglio dei terreni di Podere Pellicciano
un dettaglio dei terreni di Podere Pellicciano

RUSPARE COLLINE E PIANTARE VIGNETI? NO, GRAZIE

È un territorio con una rara biodiversità, da conservare per far del bene non solo al paesaggio, ma anche alla viticoltura. “È una zona molto minerale, ricca di erbe naturali – continua – Il nostro impegno è il rispetto dell’ambiente in cui siamo, la nostra azienda è molto frastagliata: piccoli vigneti, un po’ d’oliveto, un po’ di bosco. L’ambiente naturale si è sempre cercato di mantenerlo come ce l’hanno dato. Tantissimi mi dicono: mah, tutte queste vigne piccole, se avessi ruspato, avresti una vigna unica. Invece per me la natura è quella, il troppo non va bene, oggi invece c’è questa tendenza: ruspare colline e piantare vigneti”.

L’attaccamento alle radici, la riscoperta delle tradizioni si esprimono anche nella scelta nel logo del Podere, un colino etrusco ritrovato negli scavi archeologici proprio a San Miniato, testimonianza che già gli “antenati” dei sanminiatesi lavoravano sul vino. Niente di sentimentale però, sarebbe incompatibile con il tratto toscano, per nulla idealista. Federico ha una passione per l’agricoltura moderna, va alle fiere, gli piace vedere le nuove attrezzature, ammira i trattori-monstre, ma qui non li può usare. «Fino a qualche anno fa qui si “trattava” solo coi cingolati e basta, nelle annate piovose si “tratta” solo in retromarcia. Un mio collega veneto, di Valdobbiadene, mi disse: Ma tu sei sicuro di andare in quei vigneti? Io avrei paura su quelle pendenze”.

PODERE PELLICCIANO, AZIENDA GIOVANE, VIGNETI “VECCHI”

L’azienda è nata nel 2003 con due ettari e mezzo di vigneto, piano piano si sono allargati ma con prudenza. Adesso gli ettari sono dieci, ma hanno anche cento piante d’ulivo. “L’azienda è giovane, vent’anni nel mondo del vino non sono niente – riconosce – ma è storica sul territorio sanminiatese, apparteneva alla famiglia Migliorati, l’ultima famiglia nobile che s’è estinta a San Miniato. Già nel ‘700 nel catasto leopoldino esisteva il nostro podere”. I genitori cercavano una casa in campagna, il babbo fa il carrozziere, la mamma era casalinga, in casa non c’era mai stata una bottiglia di vino.

Più che al papà, appassionato di motori, è alla mamma che sarebbe piaciuto occuparsi dei vigneti, ma non ne aveva il tempo. In casa di vino non si sapeva niente, così Federico si iscrive ad Agraria e a Enologia. “Quando abbiamo iniziato avevamo due vigneti, tutti e due piantati nel 1959. I primi anni i contadini ci davano una mano. Fortunatamente quei due ettari e mezzo non erano stati toccati, ma qualcuno ci diceva che i vigneti era meglio espiantarli. Mi avevano già fatto il progetto, nel 2004 avrei dovuto piantare merlot, syrah e cabernet sauvignon. Invece i contadini che ci aiutavano, esperti e testardi, ci dissero: Perché? Rimettiamoci un po’ di barbatelle. Così quei vigneti sono rimasti lì”.

i vigneti di Podere Pellicciano
i vigneti di Podere Pellicciano

“SE IL MI’ BABBO NON CE L’HA MESSO, UN MOTIVO C’È”

La prima cosa che ha fatto Federico è stata la selezione massale, e le varietà che c’erano all’interno sono le varietà su cui oggi si lavora. Risultato, il vitigno più importante a San Miniato è la malvasia nera, con percentuali molto più alte anche rispetto al sangiovese. Il fondo valle delle zone sanminiatesi è, o meglio era, tutta malvasia nera, anche se ora ci sono nuove tendenze. “Il nostro vigneto più vecchio, che è uno dei più bassi, era tutta malvasia nera, che matura 15-20 giorni in anticipo rispetto al sangiovese. È una delle cose che m’ha insegnato il contadino che c’ha aiutato nei primi anni: ‘Se il mi’ babbo costì il sangiovese non ce l’ha mai messo, un motivo c’è’. Poi certo il mondo cambia, ma noi abbiamo individuato i vitigni ‘nostri’ e lavoriamo anche tutti i vigneti nuovi così. L’unico vitigno extra-storico che abbiamo è il vermentino”.

Il fulcro dunque è tutto sull’autoctono. Il loro cavallo di battaglia, il vitigno più importante è la malvasia nera. La fanno anche in purezza, e così il colorino e il canaiolo. Nei bianchi il top è il trebbiano in purezza, che ora è di moda e si sta ripiantando, ma fino al 2018 molti storcevano il naso. “Invece il trebbiano in queste zone c’è sempre stato, deriva esclusivamente da vigna vecchia”, puntualizza.

DIECI ETICHETTE DI TERRITORIO

La gamma propone dieci etichette suddivise in quattro filoni.

Family ha i soprannomi che il nonno dava ai tre nipoti: Biondo, un vermentino di pronta beva; Cimba, un rosato a base sangiovese, canaiolo e malvasia; Tricche, un rosso robusto, blend di sangiovese, colorino e malvasia.

I nostri Monovarietali sono il cuore del “Caputo-pensiero”: Egola, Buccianello e Fontevivo, ovvero malvasia nera, colorino e trebbiano in purezza.

Le nostre Radici è un trio composto da Chianti, quasi tutto sangiovese lavorato a grappolo intero, inFermento Rosato, una nuova identità del sangiovese e Griso, un Vin Santo.

Prato della Rocca fa linea a sé, è un rosso lussuoso frutto del vigneto storico del 1959, che fonde malvasia nera, sangiovese, colorino e un po’ di canaiolo in uvaggio e cofermentati.

In Fermento, uno dei vini di Podere Pellicciano
In Fermento, uno dei vini di Podere Pellicciano

 

@2024 - The News 24 Associazione Culturale - Località Le Stiacce 1 - 58044 Cinigiano (GR) - Italia - P. IVA IT01712420536
info@vinonews24.it
magnifiercrosschevron-down linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram