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Giovanni Bigot e la viticoltura del cambiamento (costante e repentino)

di Giambattista Marchetto | 30 Aprile 2024

Intervista all’agronomo e ricercatore, inventore dell’Indice Bigot, che approfondisce l’impatto del climate change sulla viticoltura e suggerisce pratiche evolutive per reggere l’urto del nuovo scenario.

I cambiamenti climatici e il loro impatto sull’agricoltura sono al centro del dibattito per il loro impatto sul mondo viticolo. E se oggi siamo in possesso di strumenti precisi e linee guida più dettagliate, secondo Giovanni Bigot – agronomo, ricercatore e consulente, inventore dell’Indice Bigot ovvero di un metodo di valutazione oggettivo del potenziale qualitativo in vigna – è appunto il vigneto che va messo al centro della produzione di vini di qualità, attraverso un approccio multidisciplinare e olistico, con un occhio di riguardo alla sostenibilità ambientale e alla salute delle persone.

Nel 2020 è nata l’Academy 4Grapes, la prima scuola italiana dedicata agli “ampelonauti”, professionisti che vogliono imparare a monitorare il vigneto aumentandone il potenziale qualitativo e riducendone l’impatto ambientale. E tutti questi temi sono ora approfonditi nelle Conversazioni viticole con Giovanni Bigot, un ciclo di dirette streaming sui canali di comunicazione di 4Grapes nate cinque anni fa l’obiettivo di avvicinare la conoscenza scientifica al mondo del vino, sia a fini divulgativi che per promuovere un utilizzo critico e concreto dei risultati più aggiornati della ricerca di settore.

VIGNETO AL CENTRO

In che modo il cambiamento climatico impatta sull’ecosistema vigna? Questo il fulcro dell’analisi di Bigot, che nei suoi studi ha approfondito l’aumento di aggressività dei patogeni (in primis peronospora e oidio) spiegando la necessità di adottare nuove scelte nella gestione agronomica del vigneto per adattarsi al clima che cambia.

Confrontarsi e adattarsi al clima che cambia è possibile e necessario – spiega Giovanni Bigot in questa intervista a Vinonews24Se rimaniamo ancorati alle pratiche agronomiche di sempre i costi della difesa aumenteranno così come il rischio di non ottenere uva sana, mettendo inutilmente in crisi le strategie di protezione biologica, ultimamente additate come insufficienti e inefficaci ma solo perché non riadattate al cambiamento climatico”.

L’INTERVISTA

Bigot, in che modo il cambiamento climatico impatta sull’ecosistema vigna?

Il cambiamento climatico in atto consiste principalmente in un aumento delle temperature in tutti i momenti dell’anno e in eventi piovosi più intensi e distribuiti in modo irregolare rispetto al passato. Questi due principali variazioni del clima portano la vite a subire degli stress termici, in particolare quando le temperature superano i 35 gradi per più di due giorni consecutivi, e stress idrici, quando l’aumento delle temperature coincide con l’assenza di precipitazioni. Gli effetti diretti sulla fisiologia della vite sono diversi: disidratazioni precoci, riduzione dell’acidità, concentrazioni di zuccheri e scottature degli acini, che comportano perdita d’acqua e lesioni della buccia, considerando che un acino esposto al sole raggiunge tra gli 8 e i 12 gradi in più rispetto alla temperatura dell’aria, per la sua incapacità di regolazione data dagli stomi chiusi. Si originano quindi sostanze che possono interferire dal punto di vista organolettico e gustativo nei vini ottenuti.

Gli effetti delle temperature riguardano anche il fogliame, con la cosiddetta fotoinibizione: dopo diversi giorni a temperature elevate le foglie perdono la capacità di fotosintetizzare – con un blocco al di sopra dei 37,5° che rallenta alcuni processi di maturazione delle uve – oltre a incorrere in una necrosi dei tessuti che determina la perdita di area fogliare. Le alte temperature comportano un anticipo e un’accelerazione delle fasi fenologiche, in particolare dei processi di crescita a partire dal germogliamento, precoce rispetto a trent’anni fa, esponendo la vite ai rischi delle gelate primaverili.

Un altro effetto è l’anticipo della vendemmia, che implica una diversa composizione del microbioma degli acini stessi e una riduzione dei saccharomyces cerevisiae naturalmente presenti sulla buccia. Ciò permette la presenza di altri microrganismi, in alcuni casi utili in altri dannosi per l’uva, che modificano le fermentazioni, in particolare quelle spontanee.

Per quanto riguarda il terreno, l’aumento della temperatura del suolo provoca la perdita di sostanza organica per mineralizzazione, mentre le piovosità elevate, in termini di intensità, aumentano il rischio di erosione, comportando la perdita degli strati più superficiali, i più fertili, che scivolano a fondovalle, un fenomeno che investe soprattutto i vigneti in pendenza”.

Esiste una correlazione tra climate change e l’aumento di aggressività dei patogeni (in primis peronospora e oidio), per esempio nel 2023?

Sì, c’è un’interessante correlazione ancora da approfondire che aprirebbe le porte a un nuovo modo di concepire la difesa. Di fatto l’aumento delle temperature in tutti i momenti dell’anno modifica il ciclo dei patogeni aumentandone notevolmente l’aggressività, sia nelle prime fasi della stagione vegetativa, dal germogliamento alla fioritura, che nelle ultime, dall’invaiatura alla vendemmia, fino al post vendemmia. Ciò si verifica per l’aumento di temperature, che vedono peronospora e oidio trovarsi in condizioni ottimali in momenti in cui storicamente non lo erano, il che rende necessario un cambiamento delle strategie di difesa, soprattutto a inizio e fine stagione. Paradossalmente nei mesi centrali dell’estate, da fine giugno a inizio agosto tra invaiatura e post invaiatura, le elevate temperature diminuiscono l’aggressività dei patogeni. Nel 2023 abbiamo avuto piovosità elevate, condizione necessaria per l’infezione da peronospora, con temperature più alte rispetto allo stesso periodo quarant’anni fa”.

Quali sono le aree più penalizzate – regioni o denominazioni?

L’area più colpita è il centro-nord Italia, vale a dire le regioni i cui climi non erano così caldi e che ora vedono le variazioni maggiori. Nel Sud Italia le temperature elevate erano già una norma e le variazioni degli ultimi anni sono proporzionalmente inferiori rispetto al resto del Paese. Questo espone in modo diverso le varie regioni d’Italia. Nel Sud della penisola e nelle altre aree del Mediterraneo il cambiamento riguarda soprattutto la piovosità: storicamente le piogge a maggio erano quasi assenti, ora iniziano ad essere frequenti e abbondanti, come a maggio 2023. Mutamenti che richiedono un altro cambio in termini di strategie di protezione del vigneto”.

Quali sono invece le aree tutto sommato in condizioni favorevoli?

Le aree in quota, con altitudini superiori ai 700 m, o comunque tutte le aree in cui le temperature storicamente erano limitanti per la maturazione delle uve, e che ora stanno diventando nuove zone ottimali. Al di sopra dei 700 m s.l.m. fino ai 1.000 m, andando di questo passo prossimamente potremmo arrivare ai 1.200 m, sarà possibile coltivare la vite a temperature mediamente più basse, senza ristagni di umidità e bagnature fogliari elevate, il che di per sé è positivo per le maturazioni”.

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Esistono similitudini con processi avvenuti in passato?

Questo cambiamento climatico è nuovo. Non ci sono esempi in passato di cambiamenti così stabili che si sono mantenuti in vari anni. L’annata 2003 è stata fuori media dal punto di vista delle temperature lasciandoci tutti scossi, ma poi la 2004, la 2005 e la 2006 sono rientrate nelle medie del periodo. Non abbiamo esempi a cui poterci aggrappare per avere dei riferimenti. Quello che possiamo fare è prendere come riferimento altre zone viticole nazionali o internazionali che già vivono questi andamenti climatici”.

Quali informazioni e lezioni possiamo apprendere dal passato?
Sul passato forse non possiamo più basarci, proprio perché il cambiamento è costante, continuo, repentino e nel breve periodo abbiamo un trend linearmente in aumento in tutti i momenti dell’anno. Non possiamo prendere come riferimento il passato della stessa zona, bensì altre aree con condizioni simili. Qui subentra la disponibilità e la capacità di accedere e di utilizzare lo storico dei dati relativi ai vigneti nel medio-lungo periodo, analizzando diverse zone. Per esempio, comparando il Friuli-Venezia Giulia non con il proprio passato bensì con i dati di altre regioni con piovosità o temperature storicamente più elevate”.

Voi evidenziate la necessità di adottare nuove scelte nella gestione agronomica del vigneto per adattarsi al clima che cambia. Quali sono?

Le nuove scelte devono riguardare tutti gli aspetti agronomici capaci di influenzare la quantità e la qualità delle uve, vale a dire il potenziale qualitativo di un vigneto. Per essere pratici, si inizia con il migliorare il terreno dal punto di vista della tipologia e della qualità della sostanza organica e della struttura del terreno stesso. Si interviene per curare e mantenere un microbioma (comunità dinamica di microrganismi associati a piante e terreni) con elevata biodiversità capace di influenzare positivamente lo sviluppo radicale profondo e l’assorbimento degli elementi nutrizionali. Sicuramente sono da rivedere i piani di concimazione, rimodulando gli stessi in funzione della maturazione del legno e delle riserve del tronco piuttosto che al germogliamento come si faceva in passato. Altre azioni devono essere fatte sulle dimensioni dell’apparato fogliare, arrivando a un equilibrio tale da proteggere i germogli e i grappoli dai raggi solari diretti, anche riorientando i nuovi vigneti dove possibile con orientamento 12° Nord.

Cambiare le strategie di difesa significa anche modificare l’impegno, gli interventi, le dosi e la scelta delle sostanze attive da impiegare nei momenti di maggior pressione, che sono diversi rispetto al passato e quindi vanno ricalibrati. È inoltre fondamentale lavorare per la massima efficienza della gestione dell’acqua per sopperire ai momenti di elevato stress idrico che, combinati all’eccesso termico, provocano gravi danni e forti contrazione della produzione, pianificando attentamente gli interventi irrigui e, in generale, la gestione idrica laddove questi non siano possibili”.

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Giovanni Bigot in vigneto

La chimica in vigneto è una contromossa?

Tutto è chimica, anche quella organica. Quindi anche per i produttori biologici e biodinamici si deve parlare di chimica. Di per sé non è un qualcosa di negativo, è la spiegazione di come sono organizzati gli atomi e le molecole. La differenza eventualmente è tra chimica di sintesi e chimica organica naturalmente presente in natura. Se parliamo di sostanze attive in generale, se ne stanno scoprendo sempre più di nuove, capaci di proteggere le piante dagli eventi atmosferici negativi o dai patogeni oppure sostanze attive che stimolano la pianta a un comportamento diverso in determinati momenti della stagione. Tali sostanze attive possono aiutare a mantenere un equilibrio migliore degli organi della vite intera, ma anche del suolo intero. Derivano perlopiù da una chimica green non di sintesi che recentemente sta prendendo piede – e per questo deve essere ancora più studiata e messa a punto – che coinvolge microrganismi capaci di proteggere, stimolare, difendere e mettere la vite in condizione di resistere al cambiamento in atto”.

Cosa pensa della viticoltura/agricoltura rigenerativa? Quali soluzioni possono essere adottate per proteggete l’ecosistema terreno?

È un argomento molto interessante che penso possa trovare larga diffusione e forse soppiantare l’attuale gestione del suolo. La minima lavorazione superficiale, una delle pratiche rigenerative e conservative di maggior efficacia ed efficienza, è una nuova tecnica che stiamo proponendo negli ultimi anni in diverse aziende e aree d’Italia. Tutti i risultati raccolti ne confermano l’elevata efficienza agronomica e la capacità di miglioramento e rivitalizzazione del suolo con un minimo spreco di energia e risorse. È uno dei casi in cui si può dire more with less nella gestione del suolo”.

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