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Parole ministro Lollobrigida su vini no alcol hanno creato frizioni con settore. UIV-Swg: in Usa mercato da 1 miliardo. Italia indietro.

In Italia 1 milione consumatori vuole i dealcolati. Ma governo frena

di Antonio Tosi | 16 Aprile 2024

Le parole del ministro Lollobrigida sui vini low alcol hanno creato frizioni con il settore. Ricerca UIV-Swg: in Usa il mercato vale 1 miliardo. In Italia problema produzione, ma export +33%.

“La vinificazione difende il territorio, i dealcolati non chiamiamoli vino”.

Come a dire, i vini privi o a basso contenuto di alcol si possono produrre e possono trovare una loro fetta di mercato, ma teniamoli separati dal prodotto-vino tradizionale.

Le parole pronunciate dal ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida a Vinitaly hanno acceso il dibattito e creato frizioni con le aziende e le associazioni vitivinicole italiane, che temono il governo possa sottovalutare l’importanza di un nuovo, potenziale mercato.

Anche perché non si può non tenere presente l’onda cosiddetta salutista delle giovani generazioni che sta dettando un nuovo trend nei consumi maggiormente orientato verso i prodotti low o no alcohol.

Un fenomeno in esplosione negli Usa (il mercato dei Nolo ha superato il miliardo di dollari in valore), in crescita in alcuni paesi d’Europa e che alza la testa anche in Italia, dove “il 36% dei consumatori è interessato a consumare bevande dealcolate” spiega il segretario generale di UIV Paolo Castelletti.

Che, tradotto, significa circa 1 milione di persone, ancora non molte ma sufficienti a delineare un segmento che sta diventando sempre più complementare.

Negli Stati Uniti, incubatore di tendenze specie tra i giovani, il mercato Nolo vale già un miliardo di dollari – fa sapere CastellettiMa l’Italia in questo caso gioca un ruolo ancora residuale, perché, contrariamente a quanto già succede da due anni tra i colleghi nell’Ue, non è ancora possibile per le imprese elaborare il prodotto negli stabilimenti vitivinicoli e non sono state fornite indicazioni agli operatori sul regime fiscale. In estrema sintesi, il prodotto può circolare anche in Italia, come in tutta l’Ue, ma i produttori italiani non possono produrlo”.

Ecco perché nel nostro paese ci sono già imprese costrette a dealcolare all’estero, viste le crescenti richieste di mercato.

Basti pensare che negli Usa le vendite di vini senza alcol provenienti dall’Italia hanno sovraperformato il mercato nel 2023, sia a volume (+33% contro +8%), sia a valore (+39% contro +24%).

I costi al consumo sono in linea con quelli die vini tradizionali: il prezzo medio di un alcohol-free wine è solio leggermente superiore a quello di un vino tradizionale: 12.46 dollari al litro contro 11.96 nel 2023.

L’interesse cresce anche in Italia, che ormai non può essere tagliata fuori dal mercato, come testimonia l’indagine realizzata da Swg su un campione rappresentativo di italiani: questi prodotti interessano non solo un potenziale di 1 milione di non bevitori di alcolici, ma anche una platea di consumatori di vino o altre bevande (14 milioni) che li ritiene una alternativa di consumo in situazioni specifiche, come quando ci si deve mettere alla guida.

Una tipologia che potrebbe essere un nuovo alleato anche per il vigneto Italia: “Sentiamo sempre più spesso parlare di espianti finanziati – dice Castellettima le imprese, che negli ultimi anni hanno ristrutturato metà del proprio vigneto con erogazioni pubbliche pari a 2,6 miliardi di euro, vogliono continuare a svolgere il proprio lavoro, magari riducendo le rese, puntando ancora di più sulla qualità e, perché no, potendo contare su un nuovo asset di mercato come quello dei Nolo che interesserebbe aree produttive più in difficoltà”.

Secondo Swg, la quota di attenzione verso i vini dealcolati (21%) è più alta nelle fasce più giovani (28% da 18 a 34 anni)
sempre più giovani scelgono i vini low o no alcohol

I GIOVANI 18-34 I NUOVI DEALCOLATI

Secondo Swg, la quota di attenzione verso i vini dealcolati (21%) è più alta nelle fasce più giovani (28% da 18 a 34 anni), il target a maggior contrazione dei consumi di vino che nel 79% dei casi dichiara “importante” se non “molto importante” o “fondamentale” poter ridurre i problemi legati all’abuso di alcol mettendo a disposizione dei consumatori prodotti a zero o bassa gradazione.

Inoltre, secondo il focus dell’osservatorio UIV, il calo dei consumi di vino tricolore negli Usa (-13% le importazioni a volume nel 2023) si lega anche a una questione demografica che vede la popolazione di bianchi diminuire in favore di altre etnie, a partire dagli ispanici, culturalmente meno orientati ai consumi tradizionali di vino.

I vini low alcohol – sottolinea il responsabile dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, Carlo Flamininegli ultimi anni sono stati protagonisti di una cavalcata che li ha portati a essere una scelta non più secondaria nell’evoluzione del gusto degli americani, e oggi valgono circa 1 miliardo di dollari. A ciò si aggiungeranno sempre più altre tipologie attente alla propria dieta per un target prevalentemente giovane: i vini low sugar, per esempio, hanno registrato crescite astronomiche nel giro di un quinquennio: da 10 milioni di dollari del 2019 ai 270 dell’anno appena chiuso”.

Forte interesse anche da parte dei giovani di UIV.

Secondo la presidente di Agivi, Marzia Varvaglionela generazione Z sta dimostrando grande attenzione verso una tipologia in grado di rispondere a un pubblico sober curious sempre più numeroso, negli Stati Uniti e nel mondo. L’Italia deve essere in grado di capire prima di tutto sul piano culturale che un prodotto non sostituisce l’altro e insistere su una sperimentazione che può riservare risultati molto interessanti”.

 

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