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Dati rapporto Ismea su competitività agroalimentare italiano rivelano che prezzi alimentari sono cresciuti meno della media Ue

Italia, prezzi carrello spesa crescono meno di media Ue

di Antonio Tosi | 2 Novembre 2023

I dati del rapporto Ismea sulla competitività dell’agroalimentare italiano rivelano che i prezzi degli alimentari nel nostro paese sono cresciuti nel 2022 meno della media Ue nonostante l’inflazione elevata.

Nonostante un’inflazione che rimane elevata (+5,3% a settembre 2023 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente) e uno scenario geopolitico dove si moltiplicano i fattori di instabilità e incertezza, i prezzi del carrello della spesa in Italia nel 2022 sono cresciuti meno rispetto alla media registrata nell’Ue e in Germania e Spagna, delineando una filiera agroalimentare matura e responsabile che non ha adottato fenomeni speculativi su larga scala.

Questo nonostante l’agroalimentare sia stato tra i settori più colpiti e uno dei principali centri di trasmissione degli aumenti dei prezzi in Italia, a causa del suo ruolo nell’economia e della sua dipendenza dall’estero per prodotti energetici, materie prime e beni intermedi che lo rendono particolarmente vulnerabile alle tensioni su mercati internazionali.

Sono alcune delle evidenze del rapporto Ismea sull’agroalimentare italiano.

Più nel dettaglio, nel 2022 il contributo dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari all’inflazione è stato significativo.

La crescita media dei prezzi (misurata dall’indice Istat per i prodotti alimentari, bevande e tabacco, armonizzato per i confronti europei) ha raggiunto l’8,1%, ma è stata più contenuta di quella media dell’Ue (10,2%) e dell’Eurozona (9%).

Meglio di noi ha fatto la Francia, che grazie al suo maggior grado di autosufficienza, alimentare ed energetica, ha subito di meno gli aumenti dei prezzi internazionali ed è riuscita a contenere gli incrementi degli alimentari a un +6%.

Diverso il caso delle utenze domestiche, che in Italia sono cresciute nel 2022 di oltre il 35%, quasi il doppio della media Ue (+18%), due volte quelle della Germania e più del triplo della Francia.

Nella prima metà del 2023, nonostante il raffreddamento dei listini internazionali dell’energia e delle materie prime, l’inflazione per i prodotti alimentari nel carrello della spesa ha continuato a salire, raggiungendo in Italia il suo picco a marzo (+12%), ma evidenziando, anche in questo caso, una dinamica inferiore a quella registrata a livello comunitario.

A questo proposito, tuttavia, va ricordato che in Italia il reddito pro-capite resta inferiore alla media Ue, con un divario che si è progressivamente ampliato nell’ultimo decennio.

La crescita media dei prezzi degli alimentari in Italia ha raggiunto l’8,1%, ma è stata più contenuta di quella media dell’Ue (10,2%) e dell’Eurozona (9%)
la presentazione del rapporto Ismea a Palazzo Merulana a Roma

L’effetto combinato dell’inflazione e della bassa crescita dei redditi – specie quelli da lavoro dipendente – ha eroso il potere d’acquisto e il tasso di risparmio delle famiglie, con forti squilibri sul piano distributivo: il tasso d’inflazione subìto dalle famiglie più fragili è risultato più alto rispetto a quello delle famiglie benestanti (12,1% vs 7,2%), per effetto della diversa incidenza e della diversa composizione della spesa alimentare.

L’impatto sugli acquisti alimentari domestici è stato significativo, con volumi in riduzione (-3,7% nel 2022 secondo Istat), scontrini in aumento (+5%) e una ricomposizione del carrello guidata dalle esigenze di risparmio e dagli effetti dell’aumento della spesa incomprimibile per l’abitazione sul budget disponibile per l’alimentazione.

Tuttavia, pur in presenza dei consueti effetti asimmetrici dell’inflazione, l’analisi della trasmissione dei prezzi lungo la filiera dell’agroalimentare italiano effettuata da Ismea non ha evidenziato fenomeni speculativi su larga scala a carico di nessuna delle fasi.

La filiera è stata in grado di mantenere sotto controllo le variazioni dei prezzi, rallentando e diluendo nel tempo gli incrementi a valle.

Se infatti gli shock al rialzo dei prezzi degli input si sono ripercossi in tempo reale sui costi dell’agricoltura e, a seguire, sui costi dell’industria di trasformazione, il trasferimento alla distribuzione e al consumo finale è avvenuto con maggior gradualità, sia per l’impossibilità dell’industria di ritoccare tempestivamente i contratti in essere con la Gdo, sia per evitare eccessive e repentine contrazioni della spesa delle famiglie.

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