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Tatsuhiko Ozaki e la vigna del vento a Firenzuola

Tatsuhiko e la vigna del vento, a Firenzuola

di Eugenia Torelli | 5 Agosto 2023

Dopo Simone Menichetti a Pietramala, in Alto Mugello investe il giapponese Tatsuhiko Ozaki, con il progetto di piantare pinot nero e il vitigno nipponico koshu.

L’ha messe lassù a Puligno, gliele porterà via il vento”. È una delle frasi che circolano in paese sulle viti di Tatsuhiko Ozaki, giapponese innamorato dell’Italia, che lo scorso anno ha acquistato un terreno nel comune di Firenzuola, provincia di Firenze di quelle lontane, sull’Appennino al confine con l’Emilia-Romagna.

Il luogo in cui ha deciso di collocare la vigna è Puligno, una delle zone più ventose tra il paese di Firenzuola e il Passo del Giogo, e si tratta in particolare di pinot nero e di koshu, varietà diffusa in Giappone nella zona del Monte Fuji – la sua terra di origine -, vitis vinifera di probabile provenienza europea e oggi non più presente nel vecchio continente.

Il terreno di Tatsuhiko Ozaki a Firenzuola
il terreno di Tatsuhiko Ozaki a Firenzuola

FIRENZUOLA, IL MUGELLO E UN GIAPPONESE A PULIGNO
Una cosa è il Mugello, una cosa è Firenzuola. Lo sa bene chi ci vive e che quando riparte da Scarperia o da Borgo San Lorenzo – Mugello, appunto – si sente salutare con un “tu torni in mezzo a’ lupi?”.

Non è solo campanilismo (i lupi poi ci sono davvero). La parlata è diversa, per molti aspetti più simile a quella fiorentina, del resto Firenze questo paese lo fondò attorno al 1300 perché fosse il suo avamposto, popolandola anche coi carcerati.

Non è solo una questione linguistica. A Firenzuola le zanzare tigre ci sono arrivate tardi, intorno ai primi anni Duemila e alla sera fa fresco anche d’estate. Partendo dal paese per fare il Passo del Giogo al mattino presto, quando fa freddo, se è bel tempo si sa che ci si prepara a scollinare su un mare di nebbia, che ci inghiottirà più o meno all’altezza della madonnina de La Maestà. Roba che l’alito del drago risvegliato da Merlino in una vecchia pellicola anni ’80, a confronto è una nebbiolina. E in Mugello il sole lo vedrai forse a mezzogiorno. Forse. Insomma, quella barriera di montagne cambia parecchie cose.

Ora, accade che su quella strada che da Firenzuola va verso il Passo del Giogo ci sia un primo punto in cui si scollina, un piccolo passo, prima della frazione di Rifredo. È Puligno. Per anni c’è stata una casa di pietra sempre spazzata dal vento, che poi è andata in rovina. Oggi quel terreno l’ha ripreso in mano Tatsuhiko Ozaki, che vive in Italia dal 2013 e dal 2015 lavora all’accoglienza in cantina per la Fattoria Lavacchio, un’azienda vitivinicola di Pontassieve (FI).

Tatsuhiko Ozaki nel suo vigneto a Firenzuola
Tatsuhiko Ozaki nel suo vigneto a Firenzuola

DALLE NUVOLE ALL’UVA
In realtà fino a ventidue anni volevo fare il pilota di aerei”. Tatsuhiko interrompe il lavoro e solleva da terra un sorriso. Passando in auto capita spesso di vederlo lavorare nel vigneto, un piccolo appezzamento al limitare del bosco, a circa 720 metri di altitudine, in cui ad aprile sono state piantate le prime barbatelle. “Poi è andata diversamente, ma intanto per tenermi in forma tutti i giorni mangiavo cibo italiano – racconta – mi è sempre piaciuta la cucina italiana”. Fin qui sembra la trama di un film di Miyazaki, ma è la realtà. Tatsuhiko inizia allora a importare alcuni prodotti in Giappone, come vino e olio e passa per Vinitaly, dove conosce Fattoria Lavacchio. In seguito, comincia a lavorare per l’azienda, prendendo anche confidenza con il vigneto e con la cantina. “Andavo in vigna e studiavo come i diversi modi di coltivare una vite e i terreni influiscono sulla pianta. Poi studiavo come si fa il vino e vedevo che c’erano tanti punti interrogativi. Mi incuriosiva e ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare un vino mio – racconta – Ho capito che se mai avessi fatto il mio vino in Toscana, avrei voluto fare un vino che parlasse anche del Giappone”.

il vigneto di Tatsuhiko Ozaki a Firenzuola
il vigneto di Tatsuhiko Ozaki a Firenzuola

LA VIGNA, IL PINOT NERO E IL KOSHU
Le prime viti che Tastuhiko ha piantato a Puligno sono di pinot nero, provenienti da selezione massale sui vigneti di Dominique Derain, vignaiolo biodinamico in Borgogna. Coprono circa 3.000 metri quadrati e le piante sono disposte a un metro di distanza l’una dall’altra. Un campo di esagoni in cui ruotando di 30° in 30° lo sguardo incontra file allineate di futuri alberelli. “Adoro la cura dell’alberello” dice Tatsuhiko, che per imparare è stato anche in visita da I Vigneri di Salvo Foti, sull’Etna. Dal campo alla bottiglia la produzione sarà in biodinamica e sarà supportata dalla consulenza di Michele Lorenzetti, enologo e biologo specializzato in questo campo e con all’attivo varie collaborazioni in tutta Italia, oltre alla cantina di sua proprietà, Terre di Giotto a Vicchio di Mugello. Molto aiuto sta arrivando però anche da Simone Menichetti, che qualche anno fa è stato il primo a riportare una piccola produzione di vino a Firenzuola, con la sua azienda Terre Alte di Pietramala, più o meno all’estremità opposta del comune rispetto a Puligno.

Presto al pinot nero farà compagnia il koshu, il vitigno autoctono giapponese che Tatsuhiko porterà qui dal Monte Fuji, raggiungendo così circa un ettaro e mezzo di terreno vitato. Si tratta di una varietà a bacca rosa, “come colore potrebbe ricordare il gewurztraminer”, dice Tatsuhiko. “Dalle analisi fatte circa vent’anni fa sul genoma del vitigno emergono un’origine europea, una parentela con un vitigno cinese e poi la probabilità che abbia viaggiato, forse attraverso la Via della Seta”, spiega il produttore, che precisa, “è vitis vinifera, ma non c’è nessuna particolare somiglianza con le varietà di oggi, quindi sicuramente si tratta di un vitigno che in Europa è già sparito”. Il koshu, infatti, era già in Giappone dal Medioevo, le testimonianze scritte più antiche che lo riguardano risalgono al 1080. “In Giappone però non c’era la cultura del vino e quest’uva era coltivata per essere mangiata, così, nell’arco di mille anni è stato selezionato per avere chicchi più grossi e buccia più sottile – racconta Tatsuhiko – Finalmente, dopo la Seconda Guerra Mondiale ci si è accorti che il vitigno era ottimo per fare vino e oggi ci sono diverse aziende che lo producono in Giappone, ma ancora nessuna in Italia”, sorride. “Ho cercato per quattro anni il terreno e il clima migliori per coltivarlo”, dice. Perché non cercare però un terreno vulcanico, come sul Monte Fuji? “Il koshu di oggi ha chicchi grossi, è molto vigoroso e ha un ph molto alto. Poiché manca di acidità, volevo trovare delle condizioni migliori, terreno più magro, altitudine più alta possibile e una zona vicino al bosco e ventilata. E qui è molto ventilato – ride – poi tutti i contadini mi chiedono: ma sei sicuro che vada bene così ventilato?”.

tralci di koshu
tralci di koshu, photo credit Tatsuhiko Ozaki

VINO E PROSPETTIVE
La prima vendemmia, se tutto andrà come previsto, è attesa per il 2025, poi ci vorrà almeno un anno per le vinificazioni e forse il primo vino arriverà nel 2026.

Col pinot nero voglio fare un vino rosso – dice Tatsuhikoe il clima qui permette di fare un buon pinot nero, come dimostra Simone Menichetti”. Per il koshu invece pensa a un bianco. “Non voglio fare un vino barricato o eccessivo. Rischierei di uccidere le caratteristiche di questa uva. Per sottolinearne il corpo, potrei fare un piccolo passaggio in tonneau, ma prima devo valutare come verrà il koshu qui”.

Nel frattempo l’ispirazione arriva da diversi produttori, italiani ed esteri. Tra questi ci sono Salvo Foti, che ha lasciato il segno con i vini oltre che per la coltivazione della vite, Stefano Amerighi, vignaiolo biodinamico di Cortona e il vicino Menichetti.

Quale influenza avrà quindi la cultura giapponese, su questo vino? A questa domanda Tatsuhiko risponde: “Noi abbiamo una grande cultura di cura della pianta e dei frutti, uno per uno. Questa precisione e questa attenzione le vorrei portare nel mio vigneto e nel lavoro di tutti i giorni”. Cosa poi il vino di Tatsuhiko porterà in Giappone da Firenzuola, glielo chiederemo tra qualche anno. Nel frattempo – nei giorni in cui non è a Fattoria Lavacchio – lo trovate qui che cura, una a una, le sue viti, mentre l’edificio della sua cantina prende forma.

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