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Orcia Doc: questione di identità

di Daniele Becchi | 1 Gennaio 2023

Viaggio enoico tra Montalcino e Montepulciano, nella “terra di mezzo” che sa raccontare il sangiovese in modo schietto e non-convenzionale.

Lo schioppettare del fuoco che brucia la frasca di olivi potati, l’odore del fumo che pervade le vie della piccola Montisi, un paesaggio colorato da una natura ormai pronta al riposo invernale. È questa la diapositiva offertaci dalla Val d’Orcia, uno spazio rurale fatto di tradizioni e saperi contadini, oggi riletti da un manipolo di vignaioli uniti sotto la bandiera del Consorzio di tutela.

A ben pensare, non è mai scontato trovare unità di intenti nelle campagne italiane, i cui abitanti spesso prediligono soluzioni individualiste ai propri bisogni non capendo l’importanza che parole quali ‘sinergia’ e ‘sistema’ hanno, specialmente quando le rispettive dimensioni aziendali rendono improbabile una crescita indipendente rispetto al contesto. Qui, invece, la coesione trapela chiara, soprattutto negli sguardi dei vignaioli intenti ad ascoltare la neopresidente Giulitta Zamperini, le cui parole rivelano un sentimento di rivalsa, sociale prima ancora che economica. Difficile in Val d’Orcia sentirsi secondi a qualcuno, anche quando questo qualcuno si chiama (Brunello di) Montalcino.

Perché nonostante la narrazione scelta collochi questi luoghi a metà tra la città ilcinese e Montepulciano, sembra chiaro che il riferimento principale sia Montalcino e il suo vino. Un rapporto strano quello tra il piccolo borgo senese e la Val d’Orcia, solido unicum geografico diviso in due Denominazioni dalla storia diversa, pur in presenza di una continuità enologica che affiora specialmente nei Brunello allevati nei terreni orientali della Docg. Una considerazione che vale in realtà anche per l’altro fianco, quello maremmano, e che dimostra la frequente incapacità di un confine amministrativo nel cogliere la storia pedoclimatica e culturale di un territorio.

La Val d’Orcia

Lasciandoci alle spalle queste considerazioni, consideriamo la Val d’Orcia per quel che è: un patrimonio dell’umanità riconosciuto tale dall’Unesco nel 2004. A dominarla una natura le cui geometrie sono fissate da boschi, oliveti e campi, simbolo di un passato dove la mezzadria è stata a lungo l’architrave socioeconomica, almeno fino alle riforme agrarie post-belliche, genesi di una piccola proprietà privata attenta al rispetto dei luoghi. Suggestiva l’urbanistica, fatta di piccoli paesi tuttora abitati nel quotidiano, valida alternativa alla sensazione ‘parco giochi’ che affligge altrove la Toscana. Ed è grazie a persone come quelle incontrate, per le quali il senso di appartenenza alla propria terra è più forte delle ricche offerte a vendere, se l’Italia può continuare a raccontarsi come culla di mille identità. Il tutto senza considerare l’insostituibile ruolo di conservazione del territorio, con ciò che ne consegue per la relativa gestione idrogeologica.

Uno spazio a cavallo della via Francigena, con gli stemmi di Santa Maria della Scala ancora lì a raccontare di un passato di fede e Repubblica Senese, il cui eco delle chiarine ancora oggi è vivo. Chi è avvezzo alle questioni paliesche, sa infatti che è da queste colline che proviene gran parte dei cavalli destinati alla tratta, grazie anche alla presenza di una nutrita comunità sarda qui giunta assieme alle proprie pecore, genesi di uno dei (tanti) prodotti di cui la Val d’Orcia si può fregiare. Perché se il vino è spesso il primus inter pares di un territorio, formaggio, tartufo e olio extravergine sono per questi luoghi prodotti altrettanto identitari, arricchendo una tavola dove fanno mostra di sé tagli di chianina, salumi di Cinta senese e pici. Preferibilmente all’aglione.

In attesa di trovare una parola capace di aggiornare questo l’abusato concetto di eccellenze agroalimentari, non possiamo che sottolineare come tante siano quelle qui presenti, specialmente in autunno. A partire dal tartufo, celebrato dalla Mostra mercato del tartufo bianco di San Giovanni d’Asso, animato borgo ai piedi di un castello, casa e bottega del Tuber Magnatum. Nello stesso periodo si può assaggiare in anteprima un altro dei giganti di zona, l’olio di oliva extravergine. I cultivar sono quelli tipici toscani, i mali quelli dell’olio di qualità italiano, stretto tra logiche industriali e consumatori incapaci di stimolare una rivoluzione culturale sotto le effigi della dieta mediterranea.

Non stupisce che un simile patrimonio, simbolicamente rappresentato dalla cipressaia di San Quirico d’Orcia, con la Cassia a fare involontariamente da parcheggio, attiri ogni anno circa un milione di turisti, di cui il 70% stranieri – USA, Nord Europa e Australia i principali paesi. Tutto questo nonostante l’assenza di una struttura aeroportuale in grado di facilitare gli arrivi, condizione indispensabile affinché si possa prefigurare una sostanziale crescita dei flussi internazionali.

E poi c’è il vino…

…quello più bello del mondo. Come è facile aspettarsi da queste parti, a dominare è il sangiovese, accompagnato più che altrove dagli altri autoctoni, tra cui merita menzione il foglia tonda. Due le tipologie rosse previste dal disciplinare, la prima (Orcia Doc) che contempla almeno il 60% dei sangiovese, la seconda (Orcia Doc Sangiovese), dove la percentuale minima del vitigno sale fino al 90%. Poco più di 150 gli ettari rivendicati nel corso della vendemmia 2021, su un totale di circa 400 restituiscono un totale di 280mila bottiglie, la cui vendita avviene in prevalenza – circa il 90% delle bottiglie – sul territorio. A cimentarsi nella sua produzione circa sessanta cantine, sparse nei dodici comuni entro i quali la produzione è ammessa, che hanno trovato nell’istituzione della Doc Orcia -datata 14 febbraio 2000 – motivo di credere in questa produzione le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Entità policulturali, di carattere prevalentemente familiare, che all’agricoltura affiancano spesso un sistema di accoglienza.

Clima interno, terreni largamente argillosi, e un cambiamento climatico che favorisce l’ammorbidirsi delle sensazioni restituiscono un prodotto ben fatto, capace di ben impressionare fin dalle annate più giovani. Il calice parla di frutta integra, con i tratti più scuri che arrivano ad abbracciare note balsamiche e mediterranee. L’alcolicità è nel complesso ben gestita, a differenza di un tannino rotondo ma talvolta impulsivo, che sembra chiedere ancora del tempo per ricomporsi adeguatamente. Buona la spalla acida, che sostiene un centro bocca assolutamente piacevole, dove affiorano gentili note floreali. La chiusura è affidata a una sapidità gradevole e non marcata.

A brillare negli assaggi è il ‘Villaggio’, un sangiovese in purezza firmato Podere Forte, che nel bicchiere offre golose note di ciliegia e cacao, spinte da una lunga linea acida e un tannino rotondo. La moderata alcolicità percepita contribuisce alla facilità di beva, che si esaurisce in un finale morbido e di buona sapidità. Gli amanti delle sensazioni mediterranee possono invece rivolgere lo sguardo al ‘Sesterzo’ di Poggio Grande, un vino agile in bocca, che accanto a un tannino alla ricerca di sé stesso e note di chinotto e arancia amara, rivela intriganti linee di timo e mirto. La chiusura è amaricante, con una sapidità che invoglia al sorso successivo. Per gli amanti delle scommesse future consigliamo invece ‘Frasi’, un Sangiovese riserva prodotto da Capitoni. Un vino fatto di frutta e balsamicità, il cui spessore è racchiuso in una cornice tannica ancora in fase di sviluppo. I sentori di tabacco da pipa e arancia amara scivolano piacevoli su un corpo acido robusto, fino alla sua chiusura sapida.

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