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Casale del Giglio alla ricerca di un’identità per i vini dell’Agro Pontino

di Lucia Immacolata Migliaccio | 16 Marzo 2022

Degustazione delle referenze dell’azienda di Antonio Santarelli con una liaison più forte al territorio poco conosciuto sul piano enologico.

“Dicevo a mio padre: ma quanta fatica facciamo per vendere tutto questo vino? Il problema è che qui non abbiamo una identità”. Sono parole di Antonio Santarelli, patron di Casale del Giglio, azienda viticola di circa 180 ha in provincia di Latina nel comune di Aprilia.

La domanda è: si può parlare di riconoscibilità dei vini dell’Agro Pontino? E qual è lo stile dei vini prodotti in quest’area? È sicuramente difficile individuare un’identità forte che possa rendere questi vini riconoscibili per il degustatore, ma sicuramente la progettualità lungimirante legata all’intensa attività di ricerca in campo enologico, agronomico e tecnologico della famiglia Santarelli con la fedele collaborazione dell’enologo Paolo Tiefenthaler costituisce una pietra importante atta a tracciare un solco per le generazioni future. L’assenza di un passato enologico è stata infatti lo stimolo determinante verso il massimo grado di libertà innovativa.

Dal 1985 quindi, una vera e propria sfida: un lungo programma di sperimentazioni, con la messa a dimora di ben 57 varietà, italiche e internazionali, al fine di capire quali fossero quelle che meglio si adattavano al territorio.

Cura rigorosa, pratiche adottate, fatiche e investimenti non solo economici, compongono un vero e proprio elogio della caparbietà di Casale del Giglio.

DIVERSITÀ PEDOCLIMATICHE
“Quando iniziai più di 30 anni fa quest’avventura - spiega Tiefenthaler – mi interessava sapere quale fosse la direzione potenziale della zona. Partivo molto scettico perché non era e non è una grande area sulla bocca di tutti, a livello enologico. Ma ben presto mi sono reso conto che ha delle peculiarità pedoclimatiche fortemente diverse dagli altri territori. Non faccio un discorso di vitigno, ne faccio proprio un discorso di zona: per me conta il terroir dove la varietà si adatta”.

Al territorio dell’Agro Pontino sono legate le avventure dei Volsci che fondarono Suessa Pometia, da cui probabilmente deriva il nome “pontino” e tentarono le prime bonifiche. C’è anche la leggenda secondo la quale la palude fu opera della dea Giunone che volle punire così la ninfa Feronia che qui viveva e che era una delle tante amanti di Giove. I Volsci fondarono anche Satricum, dove ancora oggi si scavano i resti del tempio dedicato alla Mater Matuta che dà il nome ad uno dei vini di punta dell’azienda a base di syrah e petit verdot.

Dal 1990, una parte importante di questi scavi proseguono nei terreni di Casale del Giglio, curati dall’Università di Amsterdam, sotto la responsabilità di Marijke Gnade. La ricerca ha portato al ritrovamento di resti della Via Sacra e di grandi edifici, probabilmente tombe appartenute ai Volsci proprio sotto ai vigneti di proprietà. E, il ritrovamento di un calice in ceramica fa pensare che da tempi antichissimi queste terre fossero legate alla cultura enoica.

INFLUENZE MEDITERRANEE
Geograficamente, l’azienda è collocata a sud di Roma verso la costa tirrenica con una forte influenza del clima mediterraneo e della macchia che circonda l’area. Il territorio dell’Agro Pontino, con grandi bonifiche degli anni 30’, è del tutto particolare e presenta a livello di suolo tre macro aree:
la prima zona è quella più vicina ai Castelli Romani e ai Monti Lepini, di origine alluvionale con terreni vulcanici.
La seconda macro area è costituita da un terreno scuro, ricco di minerali con una leggera prevalenza di argilla. La terza zona è quella più adiacente alla costa con terreni sabbiosi molto sciolti dove trova il suo terroir ottimale il bellone.

Il vitigno, già conosciuto dagli antichi romani, è descritto da Plinio come “tutto sugo e mosto” e, quando ben fatto, è una piccola perla, proprio come Radix.

Tiefenthaler spiega che “pare quasi un’uva da tavola che riesce a sopportare bene il sole. Il suo acino grande lo espone a rischio botrite ma non in un terreno sabbioso, dove l’acqua va via, terreno che ho fortemente rivalutato”.
“Mi aspettavo di trovare nell’Agro Pontino, territorio di bonifiche, tanta acqua – aggiunge - Invece nulla. Solo tanto vento che per un enologo è un vantaggio a livello di marciume ma diventa uno svantaggio per la maturazione perché porta a disidratazione. Mediante la misurazione della conducibilità elettrica nel terreno, verifico la quantità di acqua presente e quindi la necessità della vite non causando alcuno stress idrico”.

NOTE DI DEGUSTAZIONE
La gamma dei vini di Casale del Giglio è molto vasta, comprende 23 prodotti (bianchi, rosati e rossi, una vendemmia tardiva, tre grappe e un olio extra vergine). La continua ricerca e sperimentazione ha portato l’azienda a progettare anche uno spumante con base pecorino. Le viti sono state reimpiantate tra Accumuli ed Amatrice, città natale del Santarelli a cui è profondamente legato.
Ecco una selezione dei migliori assaggi in cui si coniugano vitigno e territorio.

Radix 2016, Bellone igt Lazio
Uvaggio: bellone 100%
Vinificazione: macerazione a temperatura ambiente in tonneaux messi in piedi e aperti in alto, onde poter ottenere una forte estrazione dalle bucce. La fermentazione alcolica a contatto con le bucce a temperatura ambiente dura circa due giorni. Con i lieviti indigeni, la fermentazione alcolica ha una durata di circa due settimane in tonneaux, dove il bellone resta a contatto con le fecce nobili per circa due anni, senza svolgimento della malolattica
Affinamento: passaggio in anfora, poi in bottiglia dove affina per almeno sei mesi

“Volevo arrivare al cuore di questo vitigno, esasperandolo e togliendoci tutta la polpa che lo caratterizza. L’ho stremato e, alla fine sono riuscito ad interpretarlo”, premette Tiefenthaler. Paglierino luminoso e vivo con nobili riflessi dorati, questo vino si presenta con un intrigante attacco di frutta, con melone, susina, accenni agrumati. Zafferano, pepe bianco, spezie dolci. Cera d’api, vaniglia. In bocca è avvolgente, di grande personalità e conquista il palato con una bilanciata combinazione di sapidità e voluminosa struttura. A dispetto delle sue dimensioni, riesce a mantenere sempre una grande bevibilità, grazie a un apporto fresco che agisce in sottofondo, fino a un lento e riflessivo finale.

Mater Matuta 2010, Lazio rosso
Uvaggio: syrah 85%, petit verdot 15%
Vinificazione: il syrah fermenta con lieviti indigeni secondo la tecnica del cappello sommerso per un periodo di 18–20 giorni, durante i quali avvengono periodici dèlestage soprattutto nelle fasi iniziali; per il petit verdot vinificazione mediante l’uso di follatori che consentono la massima estrazione di tannini e sostanze polifenoliche
Affinamento: vini affinano separatamente in barrique nuove per 22–24 mesi, segue ulteriore affinamento di 10–12 mesi in bottiglia

Rubino profondo e compatto con intensi riflessi granato. Una giostra odorosa si manifesta all’olfatto, ben sviluppato ed espressivo, con mirtilli, ribes, amarena. Continua con legno di cedro, alloro, cioccolato al caffè, menta, vaniglia, pepe, rabarbaro. In bocca è avvolgente, i tannini sono levigati e, l’acidità in supporto rende il sorso dinamico, sapido e di lunga persistenza. Nella progressione si arricchisce di aromi di viola essiccata, spezia e tabacco.

Aphrodisium, Vendemmia tardiva
Uvaggio: petit manseng, viognier, greco e fiano
Vinificazione: vendemmia tardiva in cassette, uve integre in pressa per estrarre delicatamente solo la parte più concentrata del succo, priva di parti solide, con una resa di uva in mosto di appena il 30%. Fermentazione spontanea in serbatoi di acciaio inox ad una temperatura intorno ai 18° C

Paglierino con preziosi inserti dorati. Tavolozza olfattiva con richiami alle scorzette d’arancia, miele di zagara, pesca sciroppata, il tutto disposto su di una rinfrescante matrice iodata. Palato avvolgente, in cui la morbidezza è sapientemente bilanciata da una nota sapida.

 

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