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I vini del Duero tra fascino e potenzialità inespresse di altitudine e vecchie vigne

di Eugenia Torelli | 17 Febbraio 2022

Prima tappa di uno speciale sui vini del grande fiume che attraversa Castilla y León, tra specificità territoriali, tendenze e spunti di degustazione. Prossimo focus sulla Do Ribera del Duero.

Verticalità, gradazione alcolica più contenuta, frutto e facilità di beva. Sono alcuni dei trend che oggi contraddistinguono il mercato italiano (o che quanto meno ne contraddistinguono la comunicazione), attraversando un po’ tutta la penisola.
Che si tratti di gusti, di moda o semplicemente di evoluzione dei consumi in relazione a nuove generazioni di consumatori, questa è la direzione in cui si stanno muovendo tantissimi produttori, lasciandosi alle spalle un periodo in cui la barrique sembrava, a prescindere, il miglior contenitore possibile.

Da questo punto di vista tra i vigneti del Duero si rende necessario un adattamento di prospettiva.
photo credit: riberadelduero.es

STILI PRODUTTIVI LUNGO IL DUERO
Le denominazioni che si collocano lungo il corso del grande fiume, nella regione di Castilla y León, hanno dalla loro altitudine, grandi escursioni termiche e una grande ricchezza di suoli e vitigni. Al contempo, l’enologia sembra muoversi su due direttrici distinte, una sostanzialmente ‘conservatrice’ che predilige affinamenti in barrique nuove, tostate e magari di rovere americano, un’altra più ‘contemporanea’ - nel nostro senso prospettico del termine - che gioca su acidità più marcate e su una minor influenza del legno sul prodotto finale.

L’orientamento conservatore però è in larga parte legato proprio ai disciplinari che, per questioni storiche e di tradizione, prevedono specificamente il legno piccolo, lasciando uno spazio più limitato alla sperimentazione in seno alle Do. Una scelta legittima, finché il mercato la motiva assorbendo la produzione. Sia chiaro, in questa categoria ci sono grandissimi vini, resta però un dispiacere di fondo verso un panorama ampelografico meravigliosamente vario e longevo, in molti casi omologato da note di terziari e tostature troppo riconducibili alle modalità di affinamento. Forse in questo senso qualche ripensamento per aprire nuove possibilità sarebbe auspicabile.

Nel frattempo, al di là delle eccezioni, quelle che si distinguono per estro alla ricerca di uno stile più contemporaneo e rispettoso delle tipicità sono proprio le regioni minori. Tra queste spiccano realtà in cui la viticoltura è uno strappare terreni all’abbandono e alla montagna, come Arribes e Cebreros, o storie di ricerca per la definizione di piccoli cru che valorizzino terroir molto specifici come El Rapolao nella Do Bierzo. Sfide in cui spesso si cimentano proprio le generazioni più giovani di vignaioli.

Un panorama interessante è costituito dai vini bianchi, che forse passano per fama e tradizione un po’ in secondo piano rispetto ai grandi rossi, ma che esprimono un potenziale enorme, anche grazie alle caratteristiche pedoclimatiche della regione.
photo credit: riberadelduero.es

COME IN UN FILM DI SERGIO LEONE, IL PAESAGGIO DI CASTILLA Y LEÓN
La parte settentrionale della Meseta, una tavola rialzata, estesa per una superficie di circa 95mila km quadrati, sollevata nel tempo dai movimenti tettonici fino a un’altitudine media di 800 m, assieme alle catene montuose che la circondano, tra cui Cordigliera Cantabrica a nord, Sistema Iberico a est e Sistema Centrale a sud.
La zona di Castilla y León la si può più o meno stilizzare così. Il fiume Duero vi si snoda tagliandola a metà, fino a sconfinare in Portogallo, dove raggiunge l'Atlantico e lo sguardo si allunga a perdita d'occhio tra praterie, pascoli, coltivazioni, boschi di arbusti e di lecci, qualche conifera, finché non viene frenato da canyon e rilievi rocciosi e spogli, che di colpo innescano un effetto déjà vu da scenografia alla Sergio Leone.
Ai lati del fiume Duero i vigneti occupano qua e là appezzamenti che, rispetto alla vastità del paesaggio sembrano fazzoletti sparpagliati, spesso intervallati da campi incolti o altre colture, tanto da sembrare in alcune zone composizioni patchwork che si tingono di rosso con l'arrivo dell'autunno.
photo credit: riberadelduero.es

IL VIGNETO
In una zona così vasta, i vigneti coprono un totale di 75mila ettari e la produzione oscilla ogni anno tra 1,8 e 2,2 milioni di ettolitri (ma solo il 5% della produzione nazionale). Le denominazioni vinicole coprono l’86% dei terreni vitati. Tra queste, la Do (Denominación de Origen) Ribera del Duero è la principale per estensione e produzione e si allunga sui fianchi del fiume coprendo coi vigneti quasi 25mila ettari nella parte centro-orientale della regione, all’incirca tra Valbuena de Duero e San Esteban de Gormaz. Seconda in ordine di grandezza, Rueda con quasi 20.500 ettari vitati.
Seguendo il bacino fluviale verso ovest si trovano le denominazioni Toro (circa 5.800 ha, province di Zamora e Valladolid), Bierzo (2.400 ha circa, provincia di León) e Cigales (1.800 ha circa, province di Valladolid e Palencia). Completano il quadro una serie di minuscole denominazioni di montagna, che spesso offrono il volto più duro ed eroico della viticoltura in luoghi in cui lo spopolamento gradualmente impoverisce i territori e causa l'abbandono dei terreni. Tra queste ci sono Arlanza, Arribes, Tierra del Vino de Zamora, Cebreros, Sierra de Salamanca, Valles de Benavente, e Valtienda (appena 70 ha). Si tratta in molti casi di Do piccole ma che per tratti pedoclimatici, caratteristiche delle uve e un minor attaccamento a certe convenzioni in cantina, possono dare risposte estremamente interessanti alla crescente richiesta di vini più freschi, bevibili e fruttati, andando a incrociare una fetta di consumatori più giovane e curiosa.
photo credit: dopcebreros.com

UNA VITICOLTURA ‘ANTICA’
Le viti sono coltivate con sistemi si allevamento che tengono l'apparato fogliare basso, il più vicino possibile al terreno. Il clima è mediterraneo-continentale, con estati corte e calde e inverni lunghi e rigidi, che rendono necessario difendere le piate. Non è raro imbattersi nell'alberello.
L'età delle viti è un aspetto non trascurabile. Le aziende che possiedono appezzamenti di vecchie vigne tendono a recuperarli e curarli, a dispetto della bassissima resa che riescono ad ottenere (in alcuni casi circa 500 grammi di uva per pianta). E si parla di piante che in alcuni casi superano i cento anni di età (qualcuna arriva a 200). Aspetto che non manca di esser sottolineato a livello comunicativo.
Per quanto riguarda i vitigni, sul territorio esistono circa 150 varietà autoctone, anche se le più diffuse sono una decina.
La varietà più coltivata in assoluto è il nazionale tempranillo, vitigno a bacca nera che rientra nelle denominazioni Arlanza, Cigales, Ribera del Duero, Toro, Tierra del Vino de Zamora, Valles de Benavente e Valtiendas, con alcune variazioni sul nome: nella Do Toro viene chiamata tinta de Toro, mentre in zona Cigales e Ribera del Duero (almeno tradizionalmente) si chiama tinta del país o tinto fino.
Nella Do Rueda, la varietà principale è l’autoctona bianca verdejo, seguita da viura e palomino, assieme all’internazionale sauvignon blanc.
La rossa Mencía e la bianca Godello sono le più diffuse in Bierzo, condivise anche dalla vicina Do Galicia, mentre in León le varietà più popolari sono l’autoctona rossa prieto picudo e l’autoctona bianca albarín.
Arribes è un ‘forziere’ di varietà autoctone. La principale tra le rosse è il Juan García, seguito da una presenza crescente di bruñal, oltre a rufete, l’immancabile tempranillo, poi garnacha e mencía. Tra le bianche malvasia, verdejo e albillo.
Rufete e rufete serrano blanca sono le principali (e autoctone) coltivate in Sierra de Salamanca, mentre Cebreros si orienta su garnacha tinta e albillo real.
photo credit: riberadelduero.es

VARIETÀ AUTOCTONE ANTICHE CONTRO I CAMBIAMENTI CLIMATICI
Per contrastare l'effetto dei cambiamenti climatici sulle uve e sul vino, l’ITACYL (Instituto Tecnológico Agrario de Castilla y León) ha avviato all’inizio degli anni ‘90 un progetto di recupero di moltissime di queste varietà, attraverso selezioni clonali e microvinificazioni sperimentali. L'obiettivo è individuare i cloni in grado di adattarsi meglio all'innalzamento delle temperature ed entrare in uvaggio con le varietà più utilizzate, apportando acidità e componenti fenoliche importanti. Tra i cloni più recentemente recuperati e studiati ci sono quelli delle bianche legiruela e puesta en cruz, e delle rosse verdejo colorao, merenzao, estaladiña, mandón, gajo arroba, tinto jeromo e cenicienta. Piccole perle micro-vinificate in purezza e proposte in degustazione per la prima volta a stampa ed esperti di settore nell’ultima edizione della Duero International Fest, lo scorso ottobre 2021.

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