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Montobbio, presidente del consorzio tutela Gavi Docg

Gavi, Montobbio: “ricerca e sostenibilità per dare valore all’esperienza del territorio”

di Daniele Becchi | 27 Maggio 2021

Tornato dopo tre anni a guidare la Denominazione alessandrina, il neopresidente propone una ricetta basata su conoscenza e unità di intenti.

Le recenti elezioni per il rinnovo del cda del Consorzio del Gavi hanno visto l’elezione a presidente di Maurizio Montobbio, che torna a guidare la Denominazione alessandrina incentrata sul vitigno cortese tre anni dopo il suo primo mandato. Cinquantuno anni, tecnico agronomo, Montobbio è titolare dell’azienda viticola Tenuta Gazzolo a Capriata. Oltre una lunga esperienza nel mondo delle associazioni, nel suo curriculum figura anche il ruolo portavoce della parte agricola nella commissione paritetica regionale nonché la presidenza della sezione vitivinicola di Confagricoltura Alessandria.

Per questo secondo mandato il neopresidente mostra idee chiare in quanto a sviluppo della Denominazione nel post-pandemia, dove sfide cruciali devono essere vinte per cogliere le opportunità esistenti. Ben deciso a mantenere il produttore al centro dell’attività consortile, Montobbio immagina un futuro dove a contare sarà l’impegno diffuso e la crescita della cultura enologica e imprenditoriale. L’ultimo auspicio è infine per la riorganizzazione del comparto, di cui lamenta particolarismi e forme organizzative incapaci di sostenere il pieno sviluppo del patrimonio vitivinicolo italiano.

Presidente, come sta vivendo il Gavi questo difficile periodo a cavallo tra pandemia e ripartenza?

Ovviamente l’oggi è difficile, stretto come è dalla crisi dei consueti canali di promozione e vendita. A peggiorare il quadro concorre poi la fluidità del contesto, dove cambiamenti anche profondi prendono forma rapidamente. Se mi è consentito il paragone, l’attuale fase è simile ad una fermentazione tumultuosa, che costringe i produttori a mantenere alta l’attenzione e intervenire repentinamente. Il tutto aspettando che la svinatura riveli la bontà di questi sforzi.

Volendo però trovare un aspetto positivo, questo periodo ci ha concesso il tempo necessario per riflettere sul nostro domani, che io vedo ricco di opportunità, intervenendo di conseguenza. Se non lo faremo noi, altri scriveranno il nostro futuro. E lo dico consapevole che il Gavi, anche grazie al controllo dell’offerta esercitato dal Consorzio, è riuscito a sopportare il peso della crisi economica.

Lei parla di ‘Scrivere il proprio futuro’. Quale le milestone di questo ipotetico testo?

Sostenibilità, ricerca, riorganizzazione. Su questi campi si gioca il futuro del vino.

La prima parola che lei cita è sostenibilità: quale la sua posizione su uno degli argomenti più discussi del momento?

Il punto di partenza è che la sostenibilità è un’esigenza non più posticipabile, da un punto di vista ambientale prima ancora che economico. Per questo dobbiamo ringraziare il Biologico, che ha il merito di aver allargato la discussione ai temi dell’impatto ambientale e della salubrità alimentare.

La rapida corsa in avanti nelle società occidentali del significato stesso di sostenibilità ha però reso vecchio l’approccio aziendale, tipico del Bio, sostituendolo con uno territoriale, attento alle performance di un’area. Questo significa che oggi non è importante che un certo numero di aziende propenda per zolfo e rame, non immuni da critiche in quanto ad impatto, bensì che tutti gli operatori adottino, in misura crescente, le migliori pratiche disponibili. O, volendo parafrasare, crediamo che l’ambiente lo salveranno migliaia di auto elettriche a impatto (forse) zero o milioni di auto alimentate con motori diesel e benzina finalmente ad alta efficienza?

E come si possono convincere gli agricoltori a convertirsi a queste ‘migliori pratiche’?

Puntando innanzitutto sulla ricerca, tema dimenticato dalla discussione attuale. Come se le questioni del digitale, del riscaldamento globale e dei nuovi mercati, affrontabili solo investendo in conoscenza, non fossero da tempo sul tavolo.
Tanto più gli studi e le ricerche ci forniranno gli strumenti utili ad affrontarle, tanto più guarderemo al futuro con fiducia. A nostra disposizione ci sono macchinari ad alta efficienza, viti resistenti, enologie capaci di ridurre la chimica. E, allargando lo sguardo al digitale, nuovi scenari in cui promuovere e vendere il nostro vino. Non c’è dunque sviluppo senza Ricerca, e non ci può essere ricerca senza Consorzi, che devono riservare agli investimenti sul domani un ruolo centrale.

Fatto questo la sfida diventa quella di collocare questi strumenti sul campo, superando l’innata diffidenza verso i cambiamenti che segna le campagne. Perché questa adesione al nuovo, che ripeto deve essere spontanea, prenda forma si deve educare la filiera, spiegando i come e i perché del cambiamento proposto. Per questo vedo di buon occhio la nascita di ‘Academy’ consortili dedicate alla formazione. Per quanto riguarda il Gavi, attualmente proponiamo sui nostri account social una serie di pillole con cui il nostro agronomo Davide Ferrarese propone buone pratiche e suggerimenti ai nostri produttori.

Siamo giunti al tema della riorganizzazione, che investe il sistema vino e coinvolge inevitabilmente i decision maker locali, nazionali e comunitari. Cosa chiede loro?

È necessario capire che il vino è ormai un fattore globale con, al contempo, un forte vincolo territoriale. Questo comporta la necessità di trasmettere a un numero crescente di consumatori una dimensione più ampia di quella vitivinicola.
A livello territoriale ciò impone una riconoscibilità enologica della Denominazione, da comunicare in modo responsabile e coerente con la sua identità.

Spostandoci ai centri decisionali mi soffermo innanzitutto sulla mia regione, che deve rilanciare la costruzione del brand Piemonte. È indispensabile raggiungere una visione complessiva, superando la storica frammentazione. E dico questo da presidente di una Denominazione in salute che produce ogni anno oltre 12 milioni di bottiglie.

A ciò si lega, infine, la razionalizzazione delle Dop italiane, di cui una buona parte sono troppo piccole per trovare spazio sui mercati globali. Senza rinunciare alla biodiversità che descrivono, sarebbe forse opportuno ridiscutere il disegno globale che negli ultimi 20 anni tutti noi abbiamo contribuito a sviluppare.

Guardando invece al lato dei consumatori, cosa dobbiamo aspettarci per il futuro?

Tutto questo operare al meglio non deve allontanarci dalle esigenze di chi il vino lo compra. I potenziali acquirenti stanno crescendo, grazie all’espansione della dimensione geografica ed anagrafica del vino. Ciò determina la necessità di interrogarsi sulle dinamiche che caratterizzano queste nuove nicchie. Quindi si potrebbe per esempio ripensare in senso strategico e promozionale all’uso del tappo a vite e di alcuni packaging non tradizionali per il vino, come le lattine.
Sebbene lontana dalla sua immagine classica, essa potrebbe avvicinare il vino ai più giovani, ben più in confidenza con questo recipiente che con una bottiglia di vetro con tappo di sughero. Il tutto senza sacrificare la qualità del prodotto, visto che una buona parte dei vini non reclama affinamento. E poi cosa c’è di più sostenibile di una lattina di alluminio riciclabile all’infinito?

Tale discorso si interseca peraltro al ruolo del vino nella vita quotidiana di ciascuno di noi, a fronte di dati che vedono il consumo procapite in continuo calo rispetto al passato. E questo chiama in causa l’immagine stessa del vino. Abbiamo lavorato così duramente per elevarne il prestigio da dimenticare che il vino è un alimento, da porre al centro della vita quotidiana delle persone. E per riuscirci serve anche un suo riposizionamento in senso più semplice, o, se preferite, Pop.

Come si immagina la sua Denominazione tra dieci anni?

Negli anni scorsi siamo riusciti a creare un forte legame vino e territorio, definendo con esattezza la identità della denominazione e creando una comunità attiva con i nostri produttori. Fatto questo legame tra vino e territorio vorrei che il primo riuscisse a vendere il secondo, soprattutto in mercati in cui importante è la nostra presenza, quali UK, Usa e Germania. Perché Gavi non è solo un vino ma è, soprattutto, un luogo dove vivere esperienze enoturistiche autentiche capaci di soddisfare il piacere del turista straniero.

Concludendo, si sente di fare una ‘promessa’ ai soci del Consorzio che l’hanno eletta?

Semplicemente quella di guidare con il consueto impegno i produttori del Gavi in quel lungo percorso di crescita, fatto di tanti piccoli passi quotidiani. E perché no, di dotare in futuro il Consorzio una sede nuova, più grande e funzionale, dove sviluppare servizi e attività per gli associati e i winelover.

Carta Identità Consorzio Gavi Docg

Anno nascita: 1993
Aziende iscritte: 192
Denominazioni tutelate: Gavi o Cortese di Gavi Docg. 4 tipologie ammesse: Fermo, Frizzante, Spumante e Riserva
Vitigno: cortese
Anno riconoscimento Doc: 1974
Anno riconoscimento Docg: 1998
Ha Denominazione: 1.565, ricompresi in 11 comuni della provincia di Alessandria.
Bottiglie prodotte: 12.355.653 (2020); 12.240.624 (2019); 11.759.980 (2018)
Ripartizione % mercato 2020: Italia 15% – Estero 85%
Ripartizione % mercato 2020: Horeca 45%- GDO: 55%

 

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