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Un’indagine Unicredit conferma la capacità di resilienza del settore, che guarda al 2022 per superare la crisi pandemica grazie a nuovi modelli di business basati su digitale, sostenibilità e nuovi formati.

Futuro in ripresa (e multicanale) per il vino italiano

di Carlo Spagnolo | 11 Maggio 2021

Un’indagine Unicredit conferma la capacità di resilienza del settore, che guarda al 2022 per superare la crisi pandemica grazie a nuovi modelli di business basati su digitale, sostenibilità e nuovi formati.

Si è tenuto nei giorni scorsi il Forum delle economie, organizzato da Unicredit in collaborazione con il Consorzio del Brunello, nel corso del quale è stata presentata un’analisi che rivela la considerevole capacità di sopportare lo stress pandemico da parte del settore vitivinicolo, specialmente italiano. Guardando al futuro la ricerca individua in digitalizzazione, multicanalità e internazionalizzazione gli asset più importanti sui quali costruire una ripartenza, prevista per il 2022.

Nel dettaglio la ricerca ha evidenziato il forte impatto dell’industria del vino sull’economia nazionale. Con un importo superiore ai 13 miliardi di euro, nel 2019 essa ha infatti contribuito per oltre il 10% al fatturato totale del comparto Food&Beverage. In termini comparati è inoltre emerso che l’Italia, con quasi 52 milioni di ettolitri (+4,1% su base annua), si è confermata nel 2020 il primo paese produttore di vino al mondo in termini di volume. Leadership anche in fatto di numero di vini certificati, grazie ai 526 vini a indicazione certificata, di cui 408 Dop e 118 Igp, la cui cura è affidata a 122 consorzi di tutela. Si tratta di 90 referenze in più rispetto alle 436 della Francia. Seguono, a notevole distanza, la Grecia (147) e la Spagna (139).

Siamo al contempo i secondi esportatori al mondo in termini di valore dopo la Francia e, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, nel 2020 siamo riusciti ad esportare vino per un valore di circa 6,3 miliardi di euro, con una flessione delle vendite sui mercati esteri molto contenuta rispetto all’anno precedente (-2,2%).

Il vino si è dimostrato, inoltre, un prodotto ben radicato nelle abitudini alimentari dei consumatori, registrando una riduzione quantitativa abbastanza contenuta dei consumi di vino. Più marcata la riduzione del valore complessivo del giro d’affari, stimata per il 2020 tra il 10% e il 15% circa. Ad essere più colpite sono state le aziende che avevano nell’Horeca il principale canale di sbocco delle vendite, mentre quelle più legate alla grande distribuzione hanno nella maggior parte dei casi migliorato fatturato e profitto.

In generale, i gruppi del vino di fascia media con prezzo accessibile hanno fatto meglio delle categorie premium. I preconsuntivi di Pambianco sui leader di settore indica che i primi 10 gruppi di fascia media sono cresciuti del 3%, mentre i primi 5 di fascia alta hanno registrato una flessione del fatturato del 12%. Non è una sorpresa, considerata la prolungata difficoltà del canale Horeca e il tendenziale riposizionamento dei consumatori su prodotti offerti a prezzi più competitivi. La difesa dei margini è stata il principale obiettivo dei produttori di fascia alta, che in alcuni casi sono riusciti anche ad aumentarne l’incidenza e il valore, grazie anche alla discesa di alcuni costi. Oltre alla tipologia di vino, in questa crisi ha giocato un ruolo importante il modello di business adottato, con le aziende più diversificate in quanto a profili dei prodotti, dei mercati di sbocco e dei canali distributivi, che hanno chiuso l’anno con risultati migliori.

Guardando ai numeri del settore nel 2020, il contributo più importante alla domanda è arrivato dai consumi delle famiglie, la cui spesa ha registrato un incremento su base annua del 7%, a fronte dell’1,2% del 2019. Le preferenze sono andate verso i vini fermi e frizzanti (+7,8%, a fronte dell’1,8% del 2019), mentre lo spumante ha mostrato un incremento minore (+4,3%, ma comunque in netto aumento rispetto al -0,4% del 2019). Come già anticipato, anche le esportazioni sono andate meglio dell’atteso, avendo registrato una flessione in valore del 2,2%, a fronte del +3,1% del 2019. Si è interrotta però la tendenza all’aumento dei valori medi unitari alle esportazioni: in molti Paesi europei, infatti, le vendite si sono chiuse su prezzi più bassi. La buona notizia sui mercati esteri è che l’Italia sembra comunque aver fatto meglio dei suoi concorrenti, mantenendo e in alcuni casi aumentando le quote di mercato, soprattutto in quei Paesi dove era già leader nell’importazione di vino in tempi pre-Covid19. Guardando al futuro, il fatturato medio di settore, in crescita già da quest’anno, dovrebbe raggiungere i livelli pre-Covid nel 2022.

Come tutte le crisi, anche quella che stiamo vivendo lascerà alcune eredità destinate ad impattare sui nuovi modelli di business. Tra temi più strategici in tal senso c’è senza dubbio l’omnicanalità e lo sviluppo di nuovi formati. Se da un lato la novità del periodo è stata l’e-commerce, destinato a durare perché ha rivelato mercati potenziali di cui prima si aveva poca consapevolezza, dall’altro si è avuto lo sviluppo di nuovi formati di confezionamento del prodotto. Il riferimento è all’aumento della domanda di bag-in-a-box e lattine, con quest’ultime considerate la migliore risposta ai bisogni di alcuni consumatori, soprattutto giovani.

Da non sottovalutare il ruolo della diversificazione e ampliamento della gamma prodotti, diventato centrale poiché durante la pandemia si sono accentuate alcune tendenze della domanda, come ad esempio il forte orientamento alla salute e quindi la preferenza verso i vini naturali, biologici, biodinamici o a basso contenuto alcolico. Rimane poi centrale la questione della sostenibilità, che spinge dunque le aziende verso nuovi sistemi di coltivazione, produzione e distribuzione orientati a migliorare la sostenibilità ambientale e sociale. Spazio, infine, a digitalizzazione e internazionalizzazione, entrambi elementi imprescindibili per lo sviluppo futuro delle aziende vitivinicole tricolore.

Per il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Fabrizio BindocciDurante le crisi si mettono in dubbio antiche certezze e così da più parti si alzano voci sulla necessità di cambiare i modelli del settore del vino nel nostro Paese. La realtà è che nel passato recente il vino tricolore ha viaggiato a ritmi molto più alti di tutti i principali competitor, con un export nazionale cresciuto nell’ultimo decennio di circa il 60% e quello toscano di quasi il 70%. Il nostro settore non deve cambiare quanto piuttosto progredire sulla strada intrapresa, abbinando alla qualità produttiva un affinamento delle risorse commerciali e comunicative. Ed è quello che stiamo facendo a Montalcino, che è riuscito a reagire all’anno del Covid forte del suo brand globale e delle scelte dei suoi produttori. L’interesse di istituti bancari come UniCredit a fare partnership con il settore dimostra che le aziende italiane del vino sono sane e pronte a ripartire, come sta accadendo al nostro Brunello di Montalcino che, rispetto al pari periodo del 2020, nei primi 3 mesi di quest’anno ha registrato un +37% di contrassegni di Stato consegnati per le bottiglie pronte alla vendita”.

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