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Potenza e suadenza, l’unicità del Ruchè da coltivare come preziosa

di Giambattista Marchetto | 4 Dicembre 2020

L’ambassador Francesco Saverio Russo racconta peculiarità e prospettive della piccola Docg del Monferrato.

Prodotto in sette comuni del nord astigiano, il Ruchè di Castagnole Monferrato è un vitigno storicamente legato a queste terre, riscoperto grazie alla lungimiranza di Don Giacomo Cauda, che nel corso degli anni ’80 decise di coniugare la cura delle anime dei fedeli a quella di un piccolo appezzamento di vigna poco fuori Castagnole Monferrato. Senza saperlo Don Giacomo stava gettando il seme di una produzione destinata a rivitalizzare non solo un vitigno ma un intero territorio, alla ricerca di un’alternativa alle fabbriche torinesi. L’eredità del parroco è stata oggi raccolta da un pugno di produttori oggi riuniti in un’associazione guidata da Luca Ferraris, che nel giro di pochi anni ha trasformato una produzione di stampo locale in uno dei fenomeni emergenti della viticoltura piemontese.

Approfittando di un recente articolo pubblicato su winespectator.com, nel quale Robert Camuto guida i suoi lettori alla scoperta del Ruchè, intervistiamo Francesco Saverio Russo, da qualche mese ambasciatore di questa piccola ma interessante denominazione.

Francesco Saverio, come hai scoperto questo vitigno e quali sono le ragioni che ti hanno spinto a intraprendere una collaborazione con l’associazione dei produttori di Ruché?
Ho incontrato il Ruchè durante il mio lungo cammino enoico, quasi per caso. Come accade per molti vitigni autoctoni meno noti, per me che sono un “vineyards trotter” l’incontro avviene sul territorio, camminando nei vigneti e chiedendo ai vignaioli informazioni riguardo la base ampelografica locale. Ormai più di un paio di lustri fa, camminando per i vigneti di uno dei sette comuni del Ruchè (Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi) mi imbattei in piante diverse dalla più comune Barbera e dal tipico Grignolino. Il produttore in questione mi disse con grande fierezza: “è Ruchè”. Da lì, il passo fu breve. In pochi attimi eravamo in cantina ad assaggiare i vini dalle vasche e dalle botti, per poi passare a diverse interpretazioni del vitigno già in bottiglia. Uno impatto aromatico unico per i vitigni rossi, un carattere capace di coniugare al meglio potenza e suadenza, forza ed eleganza. Me ne innamorai.

Da quel momento non mancò mai occasione di andare a trovare i produttori, di assaggiare i loro vini e di condividere le mie impressioni a riguardo su wineblogroll.com e sui miei canali social. Credo sia stato questo il motivo che ha portato l’associazione dei produttori del Ruchè di Castagnole Monferrato ad insignirmi di una carica tanto inattesa quanto gradita per me. Infatti, per me che faccio dell’etica e dell’imparzialità due valori imprescindibili del mio lavoro di comunicatore ed educatore enoico, non vedo questo percorso condiviso con i produttori del Ruchè come una collaborazione, bensì come un riconoscimento all’attenzione che ho dato a questo territorio. Il mio obiettivo è quello di far conoscere un vitigno che amo e un areale altamente vocato e ricco di biodiversità ai winelovers italiani e non solo, attraverso ciò che ho sempre fatto: raccontare il vino. Un onore e un piacere per me rappresentare un territorio e un vino così carichi di personalità e dalle indiscusse potenzialità.

Il Basso Monferrato è la terra d’elezione di vitigni come Ruchè, Grignolino e Freisa, veri e propri simboli dell’enologia piemontese. Quale il tuo giudizio su queste colline troppo spesso dimenticate da giornalisti e consumatori?
Ciò che rende questo territorio unico nel suo genere e molto interessante è la ricchezza della base ampelografica autoctona, nonché l’integrità che queste terre hanno in termini di biodiversità e di contesto paesaggistico. Il Ruchè insiste in un’area molto diversa, ad esempio, da quella delle vicine Langhe: qui vige ancora una sana alternanza fra vigna, boschi, noccioleti, seminativo e, addirittura, qualche pascolo. Sono convinto che, in un periodo in cui l’attenzione nei confronti delle peculiari identità territoriali e varietali sembra essere all’apice, queste terre abbiano una grande opportunità rappresentando un polo attrattivo di grande importanza per storia, cultura e vocazione. Inutile fare paragoni con le Langhe, della quale il basso Monferrato non deve essere né competitor né sparring partners, bensì emanciparsi come alternativa che punta su un’identità diversa, non per questo meno interessante e sulla sua biodiversità.

Quello della Docg del Ruchè di Castagnole Monferrato, in particolare, è un territorio con potenzialità uniche sia in termini di viticoltura che di enoturismo, grazie alla bellezza dei paesaggi, alla qualità della proposta enogastronomica ma anche alla possibilità di vivere un Piemonte d’altri tempi, a misura d’uomo, grazie alle piccole botteghe, a trattorie storiche, ai suggestivi infernot (patrimonio dell’umanità Unesco) e, ovviamente, a uomini e donne di grande cuore ed ospitalità.

Il Ruchè è il simbolo dei tanti vitigni autoctoni che esistono in Italia. Piccole produzioni, spesso sconosciute, dalla cui valorizzazione passa la crescita dell’intera filiera. Quali sono i tuoi suggerimenti?
La vastità e la varietà della base ampelografica autoctona italiana rappresenta un unico nel mondo e, quindi, una ricchezza da tutelare, preserva e valorizzare. È pur vero che questa quantità smisurata di varietali autoctoni rende difficile la comunicazione delle singolarità di ciascun areale sia in Italia che (soprattutto) all’estero. Il mio consiglio a produttori, associazioni e consorzi è sempre stato molto pragmatico e diretto: credere fortemente in vitigni come il Ruchè e nella loro unicità dando loro l’attenzione che meritano dalla vigna al bicchiere, posizionando i vini da essi prodotti in fasce sempre più alte. Un posizionamento che può scatenare curiosità ed elevare la percezione del valore di un’intera denominazione, ergo del territorio in cui essa insiste. Chi vuole una bottiglia di Ruchè di Castagnole Monferrato deve sapere che può trovarla solo in questo piccolo angolo di Piemonte, d’Italia e del mondo, e che la produzione è talmente risicata (circa 1 milione di bottiglie per annata) che stapparne una bottiglia è e sarà sempre un privilegio. Questo vale per gli altri vitigni autoctoni italiani spesso messi in disparte a causa dell’impianto sconsiderato dei vitigni alloctoni alla fine del secolo scorso e della supremazia di alcuni autoctoni capaci – con grande caparbietà e merito – di ritagliarsi un ruolo di “leader” nell’ampelografia regionale e nazionale.

L’errore che molti produttori fanno è quello di vedere in questi varietali dei gregari o, ancor peggio, dei vitigni di serie B, quando spesso sono quelli a cui devono dedicare più cure e che potrebbero dare origine ai vini più identificativi della loro personalità e di quella dei propri vigneti. Credo che i produttori del Ruchè stiano tracciando una linea che molti altri contesti vitivinicoli potrebbero e dovrebbero prendere ad esempio. E non temo smentita nell’asserire che nei prossimi anni vedremo il prezzo medio del Ruchè salire e la sua notorietà con esso.

Cosa si deve aspettare chi si approccia a un calice di Ruchè di Castagnole Monferrato? E quali abbinamenti gastronomici ti sentiresti di suggerire?
A prescindere da quelle che sono le ipotesi più o meno accertate sulle sue origini genetiche, il Ruchè non ha mai cambiato la propria indole, ma grazie alla maggior consapevolezza agronomica ed enologica dei nostri tempi si è elevato a grande vino rosso di territorio. Ciò che lo rende così affascinante è la sua escalation aromatica che va dalle note floreali di viola, rosa e geranio, fino al frutto con mora e marasca in prima linea, il tutto reso più intrigante e fresco dalla speziatura naturale (buona presenza di Rotundone, precursore aromatico responsabile dello sviluppo delle note pepate) e da tonalità balsamiche di menta e mirto. Il sorso è generalmente di buon corpo, bilanciato nel rapporto fra acidità e struttura, con una trama tannica mai eccessiva.

A mio parere esistono interpretazioni di Ruchè per ogni tipologia di abbinamento e per ogni categoria di esperienza. Mi spiego meglio: le versioni d’annata, più fresche e dinamiche servite a qualche grado in meno di temperatura rappresentano un ottimo passe-partout in pranzi informali e aperitivi sostanziosi come quelli a base dei salumi e dei formaggi piemontesi; le versioni più strutturate, magari con un anno in più di bottiglia possono sostenere benissimo piatti importanti di carne ma anche la cucina asiatica e, in generale, quei piatti molto speziati con i quali non si sa mai cosa abbinare; le Riserve (da poco introdotte a disciplinare) possono diventare il vino principe di qualsiasi tavola per complessità dello spettro aromatico, tonicità del corpo e profondità del sorso. A mio parere però il Ruchè – come tutti i grandi vini – andrebbe abbinato al proprio stato d’animo e nel mio caso specifico lo abbino volentieri a stati di gioia ed euforia per enfatizzarne la positività e anche a quelli di down, per tirarmi su di morale.

Chiudiamo con una piccola curiosità: la ‘e’ di Ruchè si scrive con l’accento grave o acuto?
Me lo sono chiesto molte volte anch’io, prima che un produttore mi correggesse il titolo di un pezzo dedicato al Ruchè, sottolineando come la forma più corretta fosse quella con l’accento grave. Online lo troverete scritto in entrambi i modi, con una netta prevalenza dell’accento grave, ma passami la boutade: io preferisco scriverlo con l’accento grave perché il Ruchè di acuto ha già la sua personalità!

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