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I rappresentanti degli operatori economici bocciano senza appello l’ultimo Dpcm del premier Conte, invocando congrui e rapidi strumenti di sostegno a un settore già duramente colpito dalla pandemia.

Chiusura dei ristoranti alle 18: tutti i no della filiera italiana

di Daniele Becchi | 27 Ottobre 2020

I rappresentanti degli operatori economici bocciano senza appello l’ultimo Dpcm del premier Conte, invocando congrui e rapidi strumenti di sostegno a un settore già duramente colpito dalla pandemia.

Nato al termine di una difficile gestazione durante la quale si sono scontrate esigenze di segno opposto, l’ultimo Dpcm firmato dal premier Giuseppe Conte ha immediatamente suscitato le critiche degli operatori economici legati al mondo della ristorazione, preoccupati per il futuro delle loro attività. Una protesta che vede legarsi i rappresentanti dei pubblici esercizi a quelli della filiera vitivinicola, legata a doppio filo al benessere del canale Horeca. Oggetto della discordia l’obbligo di interrompere l’attività di ristorazione in loco alle ore 18, che secondo gli imprenditori renderebbe impossibile mantenere in vita le attività. Una decisione giudicata incomprensibile, in quanto non tiene conto dei tanti investimenti fatti per assicurare il rispetto del distanziamento sociale.

A prendere immediatamente posizione è stata la Fipe – Confcommercio, secondo cui “I ripetuti annunci di chiusure anticipate hanno già prodotto la desertificazione dei locali e, indipendentemente dalle novità sugli orari effettivi di apertura, le restrizioni devono essere accompagnate dai provvedimenti di ristoro economico in termini di indennizzi a fondo perduto, crediti d’imposta per le locazioni commerciali e gli affitti d’azienda, nuove moratorie fiscali e creditizie, il prolungamento degli ammortizzatori sociali e altri provvedimento di sostegno a valere sulla tassazione locale. Gli imprenditori di questo settore si stanno dimostrando persone responsabili – continua la Fipe Confcommercio nella sua nota – che rispettano rigorosamente i protocolli sanitari loro imposti, che non possono reggere ulteriormente una situazione che decreterebbe la condanna a morte per migliaia di imprese. È evidente che non si possono far ricadere le responsabilità del ritorno dell’epidemia sul nostro comparto: sono altri i fattori che hanno purtroppo causato una nuova emergenza”.

Nel dibattito è intervenuta anche Confesercenti, con una stima delle conseguenze economiche del DpcmNell’ipotesi che le chiusure siano imposte oltre che per tutto il restante mese ottobre anche per la prima settimana di novembre, l’ulteriore impatto negativo sui consumi potrebbe infatti raggiungere i 5,8 miliardi (-0,3% del Pil), portando la stima della riduzione complessiva della spesa delle famiglie per il 2020 da 90 a 95,8 miliardi di euro. L’ennesimo colpo per commercio, turismo e somministrazione, che potrebbe causare la chiusura di altre 20mila attività, portando da 90 a 110mila le cessazioni di impresa previste quest’anno”. Tutto questo, precisa Confesercenti, presupponendo un ritorno alla normalità in occasione delle festività natalizie e quindi incorpora un’attesa di rimbalzo della spesa delle famiglie nel mese di dicembre. “Ben più drammatiche sarebbero le conseguenze nel caso si dovesse tornare a un lockdown completo come quello già sperimentato nel bimestre marzo-aprile. Due ulteriori mesi di lockdown, in questa fase dell’anno, determinerebbero una caduta immediata della spesa di 40 miliardi, minando la fiducia delle famiglie e rivelando effetti persistenti anche dopo la riapertura. Per molte attività, già logorate dalla crisi innescata dalla pandemia, potrebbe voler dire la chiusura definitiva. Per questo – conclude Confesercenti – chiediamo non solo che si predispongano sostegni adeguati, ma che stavolta siano davvero immediati: alcune misure già annunciate da tempo, come i contributi per le imprese dei centri storici, o quelli per le attività di ristorazione e dei settori ricreativi e dell’intrattenimento, sono ancora bloccate dalla mancanza di decreti attuativi”.

Risalendo la catena distributiva incontriamo Maurizio Danese, presidente di GH – Grossisti Horeca, secondo il quale “Dietro la ristorazione c’è una filiera di quasi 4mila aziende e 58mila dipendenti che con il Decreto in vigore da oggi accuserà ulteriori perdite per circa 1 miliardo di euro. Complessivamente, in questo annus horribilis il sistema distributivo nel canale horeca accuserà mancati introiti per oltre 8 miliardi di euro, pari a circa il 50% del proprio fatturato. Dietro alle saracinesche chiuse di bar e ristoranti ci siamo anche noi, e il Governo non potrà non tenerne conto nei piani di ristoro che sta redigendo. Chiediamo aiuti concreti e immediati. Questa seconda ondata – continua Danese – non mette a rischio solo la nostra esistenza, ma anche quella di migliaia di piccoli produttori italiani, che rappresentano la grande maggioranza delle nostre provviste. Il rischio di acquisizioni da parte di multinazionali straniere si sta moltiplicando e con il loro ingresso l’italianità a tavola ne uscirebbe stravolta. In questo periodo – ha concluso – ci sentiamo come portatori di vivande in trincee decimate da smart working e nuovi lockdown: se non ci salviamo tutti morirà un asset fondamentale dell’ospitalità made in Italy”.

Unanime anche il giudizio delle tre principali organizzazioni di produttori, ugualmente preoccupate per le conseguenze sulla filiera agroalimentare del nuovo Dpcm. Nel ricordare che Ismea ha stimato una contrazione di 34 miliardi di euro per i consumi alimentari extradomestici nel corso del 2020, il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti, afferma che “La priorità assoluta è la salute pubblica ma, a seguire, è necessario tener conto delle conseguenze economiche delle nuove e necessarie misure assunte dal governo per frenare la diffusione dei contagi. Il settore della ristorazione è tra quelli presi in considerazione dai provvedimenti del governo, con ulteriori limitazioni dell’attività che avranno impatto anche sui settori collegati al canale Horeca, in primo luogo quello agroalimentare. I ristori adeguati e tempestivi annunciati dal governo – conclude il presidente – devono essere estesi alla filiera agroalimentare. Qualsiasi esclusione sarebbe incomprensibile ed ingiustificata”.

Posizioni condivise anche dal presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, secondo cui “La chiusura anticipata alle 18,00 della ristorazione con il crollo delle attività di bar, gelaterie, pasticcerie, trattorie, ristoranti e pizzerie ha un effetto negativo a cascata sull’agroalimentare nazionale, con una perdita di fatturato di oltre un miliardo per le mancate vendite di cibo e bevande nel solo mese di applicazione delle misure di contenimento. Un drastico crollo dell’attività che – sottolinea Prandini – pesa sulla vendita di molti prodotti agroalimentari, dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura ma anche su salumi e formaggi di alta qualità che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. In alcuni settori come quello ittico e vitivinicolo la ristorazione – precisa il presidente – rappresenta addirittura il principale canale di commercializzazione per fatturato. La spesa degli italiani per pranzi, cene, aperitivi e colazioni fuori casa prima dell’emergenza coronavirus era pari al 35% del totale dei consumi alimentari degli italiani”. “Le limitazioni alle attività di impresa devono dunque prevedere un adeguato sostegno economico lungo tutta la filiera e misure come la decontribuzione protratte anche per le prossime scadenze superando il limite degli aiuti di stato” conclude Ettore Prandini, che sottolinea “la necessità di salvaguardare il sistema agroalimentare nazionale che rappresenta la prima ricchezza del paese e svolge un ruolo da traino per l’intero sistema economico Made in Italy in Italia e all’estero”.

La CIA – Agricoltori italiani si è concentrata invece sulle conseguenze per le 24mila strutture agrituristiche italiane, in buona parte impegnate nell’attività di ristorazione “Lo stop alle 18 previsto dal nuovo Dpcm equivale alla chiusura delle attività, dato che non potranno sostenere i costi di apertura con i soli proventi del pranzo, i cui introiti nei giorni feriali hanno incidenza molto ridotta rispetto a quelli determinati dalla fascia oraria 18-21. La misura del Governo – continua l’associazione – non tiene, inoltre, in nessun conto delle garanzie di distanziamento sociale offerte dagli spazi in piena campagna e metterà definitivamente in crisi un settore che era faticosamente in ripresa dopo mesi di lockdown, con un danno fin qui stimato di 600 milioni. Se a queste ingenti perdite di quote di mercato si aggiungeranno i prevedibili effetti delle nuove misure restrittive, assisteremo, dunque, a un’ecatombe di fallimenti con ricadute disastrose per i 100mila addetti del settore”.

Anche il presidente UIV Paolo Castelletti ha fatto sentire la propria voce “Complice anche il nuovo lockdown serale, nel 2020 il vino italiano di qualità perderà il 30% delle proprie vendite nell’horeca nazionale (hotel, bar, ristoranti, ecc.), un canale insostituibile per migliaia di piccole imprese del settore vitivinicolo. Secondo le stime del nostro Osservatorio, il mancato introito peserà quest’anno nelle casse delle aziende per un controvalore di 1,2 miliardi di euro, con una diminuzione delle vendite sul segmento per oltre 2 milioni di ettolitri di vino. Inutile nascondere la preoccupazione per questa nuova spirale recessiva – ha continuato Castelletti – che si rifletterà inevitabilmente in particolare sui consumi di prodotto a fascia medio alta. Alla perdita nel canale Horeca si aggiungono quelle derivanti da blocchi o limitazioni di altre attività che sono direttamente o indirettamente connesse al consumo di vino, come feste, matrimoni, convegni, congressi, fiere e spettacoli. Alla luce di questo nuovo scenario, è urgente rinnovare un incontro con i ministeri e le istituzioni preposte per capire quali potranno essere le azioni da intraprendere in difesa del nostro settore. Esprimiamo infine solidarietà agli esercizi del ‘fuori casa’, autentici ambasciatori dei nostri prodotti. Un comparto – ha concluso il presidente – che oggi rischia la disgregazione”.

Posizione questa condivisa da OrIGin Italia, l’associazione di 70 consorzi agroalimentari guidato da Cesare Baldrighi, secondo il quale “La situazione è decisamente preoccupante perché una parte importante dei prodotti che la nostra associazione rappresenta, ovvero 70 consorzi dei prodotti DOP che sono di fatto la punta di diamante dell’agroalimentare nazionale, hanno nel mondo della ristorazione il loro sbocco principale più importante. Abbiamo sostenuto con forza il decreto ristorazione promosso dal Ministero dell’Agricoltura per dare un ristoro immediato ai ristoranti ma evidentemente, se questi sono chiusi, anche questa manovra rischia di non essere sufficiente. Capiamo le esigenze di carattere sanitario però quello che diventa oggi veramente importante è un ristoro economico velocissimo nei confronti di una categoria assolutamente determinante per le nostre produzioni”.

Per bocca del suo presidente Riccardo Cotarella, Assoenologi ha invece dichiarato di comprendere “molto bene il difficile momento che si sta vivendo con la nuova ondata di casi Covid ma il nuovo Dpcm firmato dal presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, rischia seriamente di mettere la parola fine a tante attività commerciali dislocate sul territorio nazionale, con riflessi drammatici per l’economia italiana. Per il settore che rappresento – continua Cotarella – la contrazione dei consumi sarà inevitabile e il tutto avviene nel momento in cui si stava tentando di rimettere in moto il sistema dopo il lockdown di primavera. Al governo chiediamo di rivedere certe decisioni anche perché si fa fatica a comprendere perché alcune attività debbano chiudere alle 18 nonostante rispettino tutte le normative vigenti anti Covid. Se il decreto, in virtù dell’aumento espositivo dei contagi, non potrà essere rivisto – conclude – chiediamo che almeno il governo sostenga economicamente fin da subito i produttori di vino, oltre che i ristoratori e tutti gli imprenditori penalizzati dal Dpcm, per garantire loro almeno la sopravvivenza“.

Esprime contrarietà alla misura anche Massimo Sagna, presidente di Club Excellence, realtà che riunisce diciotto tra i più importanti distributori e importatori italiani “Esprimiamo la nostra più profonda vicinanza e solidarietà nei confronti dei tanti lavoratori che appartengono al comparto Horeca del nostro Paese e allo stesso tempo sottolineiamo la nostra convinta e decisa contrarietà alle disposizioni che costringono bar e ristoranti alla chiusura anticipata alle ore 18. Si tratta di un colpo durissimo per un settore fondamentale non solo per il comparto agroalimentare del nostro Paese, ma per l’intera economia italiana. Bar e ristoranti rappresentano l’anello finale di una filiera all’interno della quale lavorano migliaia di imprese. I pubblici esercizi in generale – continua Sagna -, ma in particolare coloro che somministrano cibi e bevande, sono tra le categorie più discriminate in questo momento, nonostante siano state tra le prime a adeguarsi alle disposizioni e normative messe in campo per il contenimento della diffusione del virus Covid-19”.

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